Orfeo Granzotto: « Così è nato il Sandonà dei sogni »

«Le interviste ritrovate»: Quando circa quindici anni fa iniziammo a raccogliere il materiale per il libro sul San Donà, le interviste potevano essere una chiave del racconto della storia biancoceleste. Poi assunsero un ruolo minore e divennero parte del racconto dell’annata. Ora alcune di quelle interviste sono tornate alla luce, la quinta….forse quella che più è mancata alla stesura del libro. Inserita quella a Flavio Mucelli, indubbiamente anche questa sarebbe stata meritevole di pubblicazione. Due presidenze che han segnato la Storia.

Orfeo Granzotto

di Giovanni Monforte

Da Belligrandi a Ezio Glerean, da Mayer a Meacci e Bazzani. Nomi che hanno segnato l’epoca recente del Sandonà calcio, regalando alla piazza sandonatese la gioia di approdare anche tra i professionisti. Se c’è un filo conduttore che lega quel periodo, che ha caratterizzato gli anni Novanta della storia del Sandonà, questo è sicuramente la figura di Orfeo Granzotto, divenuto presidente poco più che trentenne, nella stagione 1988-89.

Dal Noventa al San Donà
Orfeo Granzotto alla premiazione del « Torneo giovanile Città del San Donà » del 1989

All’epoca lei era il presidente del Noventa, cosa la spinse a interessarsi del San Donà? « San Donà è la mia città. Per questo sentivo l’esigenza di contribuire alla causa biancoceleste. Così lasciai Noventa nelle buone mani di quattro imprenditori edili del paese. E ho cominciato a intavolare una trattativa con gli Agnoletto. All’inizio il progetto non era forse particolarmente ambizioso, ma la volontà di impegnarsi sulla piazza non mancava. A San Donà ho trovato una buona accoglienza, con me dal Noventa arrivò anche Memi Casarotto. E fu lui a presentarmi Giorgio Belligrandi che continuo a reputare un artista del calcio. Della rosa degli Agnoletto erano rimasti solamente 4 o 5 giocatori. Su quelle macerie cominciammo a costruire il nostro San Donà. Abbiamo inserito tanti ragazzi del settore giovanile, prendendo contatti con varie società, compreso il Milan. Quell’anno chiudemmo il campionato al nono posto: un buon risultato come prima stagione, anche perché la pianificazione del campionato era iniziata tardi, per i tempi tecnici legati alla cessione della proprietà ».

Gli inizi biancocelesti
Il Sandonà 1988-89: In piedi da sinistra: Cecconi Roberto, Ballarin Walter, Pizzolon Carlo, Castellan Mirko, Barbieri Roberto, Cappelletto Stefano, Biasinutto Luigi, Rizzetto Alberto, Basso Pierluigi. Accosciati: dirigente Marchesin Angelo, Carlo Maurizio, De Nobili Marco, allenatore Belligrandi Giorgio, dirigente Marian L., Santin Oreste, Musso Denis, Vio Maurizio.

E da lì ebbe inizio l’era Granzotto, che sarebbe durata quasi quindici anni. « In realtà ho fatto il presidente per 4 anni, benché poi la società di fatto abbia sempre continuato a dirigerla anche in seguito. Ma negli anni hanno ricoperto il ruolo di presidente, oltre il sottoscritto, mio fratello Alfio per parecchie stagioni. E poi Armando Cancian, Nico Finotti nell’annata in cui arrivò Salvori e poi l’ultimo anno Piergiuseppe Simonetto. Tenuto conto che l’onere economico era sempre per lo più sulle mie spalle. Direi che sono stati anni speciali, di grossa fatica (soprattutto economica), ma anche in cui mi sono divertito davvero tanto. Finchè non è arrivata la svolta con l’ingaggio di quei giocatori che ci hanno permesso di allestire una grande squadra ».

La svolta con Salvori e Glerean
Il San Donà 1993-94: In piedi: Cecconi, Garau, Priviero, Meacci, Giacometti, Zanon, Gotti, Rossi. In mezzo: Giacomin, Rizzetto, prep. Atletico Regigolo, all. 2^ Seno, allenatore Glerean, all portieri Lacara, massaggiatore Gerotto, Cappelletto. Seduti: Buscato, Dal Compare, Seno, Giacomini, Bonafin, Roma

Prima con Elvio Salvori, che portò in riva al Piave Meacci. Quindi con Glerean… « Fino a quel momento avevamo allestito sempre delle squadre con l’inserimento di diversi giovani sandonatesi, facendo debuttare i vari Faoro e Bisiol. Con Salvori nacque la prima formazione di peso. Poi l’anno successivo, dopo un campionato che non rispecchiò a fondo le nostre aspettative, chiamammo Glerean. Era la stagione 93/94. Fu Casarotto a contattarlo: erano amici, perché Glerean aveva giocato anni prima nello Jesolo. Inserimmo un solo giocatore, Giacometti, un ragazzo friulano che giocava con il 10 sulle spalle. Abbiamo vinto subito l’Interregionale passando in serie C2. Quel primo anno tra i professionisti, il secondo di Glerean, fu la più bella stagione in assoluto. Glerean era un allenatore molto bravo, soprattutto un grande lavoratore. Aveva le sue idee in testa, necessitava di giocatori eclettici, che sapessero faticare. Chi giocava sulle fasce faceva in continuazione su e giù per il campo. Potevi vincere o perdere, ma con lui sapevi che alla domenica ti saresti divertito. Glerean ha portato a San Donà il calcio vero. Lavorava 12 ore al giorno, oltre alla prima squadra seguiva tutto il settore giovanile. A differenza di tanti allenatori che arrivano in campo mezzora prima dell’allenamento, lui si dedicava al calcio interamente ».

La chiave Meacci
Adriano Meacci

Con un bomber come Adriano Meacci poi…. « Di Meacci ricordo che all’inizio non riusciva a segnare. Quando a Natale tornò a Grosseto per le vacanze, ci mancava poco che gli dicessi di rimanere a casa, perché fino a quel momento aveva fatto solo un gol. Poi, invece, si sbloccò e segnò una quindicina di reti. E la stagione seguente fece moltissimi gol grazie alla sua valorizzazione negli schemi di Glerean, vincendo due classifiche dei cannonieri prima nel Nazionale Dilettanti e poi in Serie C2 ».

Come è stato il salto dai dilettanti ai professionisti? « Pensavo un po’ più difficile. Eravamo preoccupati di non avere una squadra attrezzata per poter affrontare un campionato, che sulla carta tutti indicavano proibitivo. Invece la rosa era già altamente competitiva, peraltro sul piano organizzativo con Glerean eravamo già dei professionisti in Interregionale, con tanto di allenamenti al pomeriggio. E, infatti, anche in serie C2 abbiamo dominato la stagione dalla prima alla penultima giornata, anche se con qualche sconfitta ».

Montevarchi, quella ferita insanabile
Sandonà 1994-95: In piedi: Cecconi, Zanon, Meacci, Striuli, Gotti, Garau, Cinetto, Bisioli. In mezzo: il massaggiatore Gerotto, Dal Compare, Cappelletto, il prep.atl. Redigolo, l’allenatore Seno, l’allenatore Glerean, all. portieri Lacara, Giacomin, Rizzetto, il massaggiatore Cescon. Seduti: Caverzan, Polesel, Soncin, Giacomini, Cardini, Tessariol, De Franceschi

Fino all’ormai “fatidica” partita di Montevarchi…. « Con Montevarchi di fatto ho smesso di far calcio, questa è la verità. Per me quella sconfitta è stata una debacle, mi è svanita la poesia e la voglia di fare pallone. Quando ti trovi a 6 minuti dalla fine vincere 2-1 una gara, che ti consentirebbe di essere matematicamente promosso in serie C1 e poi perdi 2-4, il contraccolpo è notevole. Anche perché poi abbiamo perso i play-off e ci siamo ritrovati l’anno successivo ancora in serie C2. Da quella sconfitta non sono più riuscito a reggere il calcio sul piano emotivo. Non a caso la stagione successiva andai pochissime volte a guardare la partita allo stadio, delegando quasi tutto, in quello che fu anche l’ultimo anno di Glerean in biancoceleste. Col senno di poi mi sono convinto che se avessimo vinto quella partita di Montevarchi, il Sandonà nell’arco di due o tre anni avrebbe potuto tranquillamente giocare in serie B. C’erano tutti i presupposti perché, con un paio di inserimenti mirati, potessimo andare a vincere anche la serie C1. Lo ha dimostrato Glerean che, portandosi dietro quattro nostri giocatori, è andato a Cittadella a conquistare la serie B. Quella sconfitta a Montevarchi è l’unico rimpianto che mi porto dietro della mia esperienza nel mondo del calcio ».

Una lenta uscita del Granzotto presidente
Il San Donà e la Coppa vinta per il successo nel Campionato Dilettanti 1993-94, l’unico Trofeo che Orfeo Granzotto ha tenuto per sè come ricordo della lunga presidenza

Dopo la batosta di Montevarchi come ripartiste? « L’anno successivo rimase Glerean. Rinunciammo però a diversi giocatori forti, ridimensionando un po’ le spese. Polesel in estate rinunciò al trasferimento in serie A al Cagliari per poi passare a novembre in serie B al Venezia. La stagione seguente, dopo la partenza di Glerean decidemmo di operare tanti cambiamenti. In panchina venne promosso dalla Beretti Mauro Tossani, mentre tanti giocatori importanti lasciarono i biancocelesti come Caverzan e Mayer alla Ternana, Soncin e Ramon al Treviso, tra gli arrivi quello di un giovane dalle ottime prospettive come Fabio Bazzani, poi confermate negli anni successivi nelle categorie maggiori. Nella stagione 1997-98 la rivoluzione fu più decisa con l’arrivo di Mauro Gibellini come direttore sportivo, ci furono Simonetto e Marin interessati a subentrare inizialmente nella metà delle quote poi nella loro totalità. Era finito un ciclo che aveva visto il Sandonà approdare in serie C2 e se ne apriva un altro, che a sorpresa l’anno seguente vide i biancocelesti essere promossi in serie C1 ».

Il ritorno negli anni Duemila

Poi tornò ad avere un ruolo di primo piano alcuni anni dopo quando, in seguito alla vendita del titolo al Lido di Jesolo, si trattò di salvare il calcio sandonatese dal rischio di scomparire…. « Allora ci chiamarono in Comune il sindaco Magnolato e l’assessore allo sport Mucelli. Ci trovammo io, Graziano Masiero, Moretto e i fratelli Trevisiol della Lafert. Abbiamo deciso di costituire una società, investendo ciascuno una quota. Con questi soldi abbiamo ricostruito una squadra e abbiamo vinto subito il campionato di Promozione. Personalmente, ciò che mi interessava era di rimettere a posto il Sandonà. Il mio impegno è stato triennale ». Granzotto rimase in società ancora qualche stagione come presidente onorario, mentre la società era oramai pienamente gestita da Graziano Masiero.

Il calcio attività imperfetta

Dopo tutti questi anni nel mondo del calcio, si sentirebbe di dare un consiglio a un giovane presidente come si costruisce una squadra vincente?  « Personalmente non ho mai costruito una squadra – conclude Granzotto. – L’importante è avere a fianco delle persone competenti e capaci, che ti aiutino. Soprattutto un direttore sportivo e un allenatore bravo, che ti possa suggerire i giocatori da prendere. Ma la verità è che nel calcio non c’è una regola scritta. Puoi costruire sulla carta la squadra più forte al mondo, ma poi vai in campo e non vinci. Magari perché trovi uno o due giocatori che ti rovinano l’ambiente nello spogliatoio o il dirigente che semina zizzania tra l’allentore e la società. Viceversa puoi allestire una squadra infarcita di giovani e conquistare subito la promozione. La verità è che nel calcio nascono delle combinazioni, difficili da spiegare, che poi ti fanno vincere ». E di questo il Sandonà ne è stato il fedele testimone ed esempio.

Il ritrovo del San Donà 1994-95 avvenuto una decina di anni dopo durante la stesura del libro. Nella foto manca l’allenatore Ezio Glerean poi presente alla successiva cena presso Villa Fiorita a Monastier. In alto il presidente Orfeo Granzotto.

« Le interviste ritrovate » : 1. Antonio Cornaviera; 2. Silvano Tommasella; 3. Giovanni Perissinotto; 4. Antonio Guerrato; 5. Orfeo Granzotto.

I Protagonisti del calcio sandonatese: 1. Francesco Canella “Dall’Oratorio al tetto del mondo”; 2. Arturo Silvestri con lo scudetto sul petto nella stagione 1951-52; 3. Guerin Sportivo | Adriano Meacci: «Scusate il ritardo »; 4. Glerean: « Nessun segreto, grande San Donà »; 5. Guerrino Striuli « Il gatto nero »; 6. Elvio Salvori, un sandonatese a Roma; 7. « Bomba » Cornaviera, una vita per il San Donà; 8. Silvano Tommasella, il miglior terzino biancoceleste; 9. « Nanni » Perissinotto, il bomber che stregò la Capitale; 10. Antonio Guerrato, quell’ala destra che non sbagliava una punizione; 11. Orfeo Granzotto: « Così è nato il Sandonà dei sogni »; 12. Bruno Visentin, il « Colombo » che volò in serie A; 13. Angelo Cereser, i suoi inizi sandonatesi visti da Torino; 14. Enzo Ferrari, quel sandonatese famoso prima di esserlo

Antonio Guerrato, quell’ala destra che non sbagliava una punizione

«Le interviste ritrovate»: Quando circa quindici anni fa iniziammo a raccogliere il materiale per il libro sul San Donà, le interviste potevano essere una chiave del racconto della storia biancoceleste. Poi assunsero un ruolo minore e divennero parte del racconto dell’annata. Ora alcune di quelle interviste sono tornate alla luce, la quarta….

LA PIAVE (CIRCOLO PIAVE) – Anni Cinquanta
In piedi da sinistra: Alfier, Tonon A., Gionso D., (don Moretti), Trevisiol I., Garavello S., Cadamuro, (Tardivo); Accosciati: GUERRATO ANTONIO, Bortoletto, Pavan G., Marcuzzo, Bonadio G., Trevisiol B

di Giovanni Monforte

Chi ha qualche capello bianco in testa di certo non avrà dimenticato le sue magistrali punizioni. Lui è Antonio Guerrato, classe 1932, un’ ex ala destra dotato di un eccezionale fiuto nel concretizzare le palle inattive. « Un pò come tutti ho iniziato a giocare all’Oratorio Don Bosco – racconta Antonio Guerrato -. Andavamo lì già alle sette del mattino e, dopo aver finito di studiare, giocavamo sotto il portico tre contro tre con una piccola pallina da tennis. Da lì vennero fuori i migliori palleggiatori del sandonatese, perchè, con quella piccola palla, dovevamo fare un passaggio a due metri di distanza o segnare in una porta di un metro dopo aver fatto quattro o cinque sponde. Così quando ti trovavi in campo, con un pallone vero, facevi quello che volevi. Erano i primi anni cinquanta. Giocavamo all’Oratorio tutta la settimana, poi la domenica scendevo in campo con La Piave nei tornei dell’Oratorio. Partecipando a una di queste competizioni, vinsi il titolo di capocannoniere. In quell’occasione mi notò il presidente del San Stino. E così ho fatto il mio esordio in prima squadra ».

L’inizio carriera a San Stino, poi San Donà, Pordenone e Chieti
Guerrato con la maglia del San Stino

In quegli anni la compagine sanstinese militava in Promozione. « A San Stino – prosegue Guerrato – ho trascorso un anno, laureandomi anche lì capocannoniere. Il mio record fu sette gol in una sola partita contro il Motta di Livenza. L’anno successivo fui richiesto dal San Donà, che militava sempre in promozione ». L’acquisto di Guerrato comportò per la squadra biancoceleste uno sforzo economico allora non indifferente: 500 mila lire, più la cessione di due giocatori. In Riva al Piave, però, l’attaccante rimase solo una stagione. Poi la conquista dell’ennesimo titolo di capocanoniere gli valse un ingaggio in serie C (ndr IV Serie), al Pordenone. Era la metà degli anni Cinquanta. « Dopo Pordenone andai a Chieti, sempre in serie C. Con me portai un portiere, Diego Dolce, e un mediano, Bruno Bonadio. In Abruzzo ho trascorso un paio di stagioni, ma purtroppo sono rimasto vittima di un grave infortunio, rompendomi tibia e perone. Un incidente che mi costò un anno di stop ».

San Donà 1953-54 – In piedi: massaggiatore Paludetto, GUERRATO, Visentin, Mion, Calcaterra, Iseppi, Zanon, l’allenatore Depità
Accosciati: Rossetto, Bortoletto, Dolce, Lotto, Zanon
Il ritorno al San Donà e la conquista della serie D
San Donà 1958-59 – In piedi: Guerra, Salvadoretti, Zago, Giovanni Perissinotto, Miotto, Paludo, Cornaviera, Mingardi, Roberto Brollo, GUERRATO, Beffagna, Maschietto.
Accosciati: Gianni Brollo, Bortolin, Giancarlo Brollo, Guerrato, Mestre, Tommasella, Vizzotto

Fu così che Antonio Guerrato decise di tornare a San Donà. Ebbe inizio il suo periodo d’oro con la casacca biancoceleste. Era la stagione 1958-59. Il San Donà militava nei Dilettanti regionali: vinse il proprio girone, ma poi non ebbe fortuna negli spareggi promozione. Andò meglio l’anno successivo con il passaggio in serie D. Guerrato rimase al San Donà per altre due stagioni, fino al campionato 1961-62. Quindi il passaggo per un anno a Ceggia e, successivamente, il ritorno all’Oratorio Don Bosco. « Da lì ho mosso i primi passi e lì ho voluto chiudere la mia carriera, facendo nello stesso tempo il giocatore e l’allenatore – ricorda Guerrato -. Vincemmo il campionato di Terza Categoria, era l’annata 1966-67 ».

Guardano Sergio Avon, imparai a battere le punizioni
Sergio Avon, ispiratore di Antonio Guerrato nel San Donà 1946-47 – In piedi: Primo Perissinotto, Scalamera, De Pazzi, Trame, SERGIO AVON , Buoso, Giordano Striuli
Accosciati: Bincoletto, Ferriguti, Giovanni Perissinotto

Tante squadre, dunque nel palmares di Antonio Guerrato. Ma un’unico comun denominatore: la miriade di gol su palle inattive. « Ero uno specialista dei calci di punizione e dei gol realizzati direttamente da calcio d’angolo. Su dieci punizioni che battevo, ne insaccavo almeno quattro, se non talvolta sei: dalla distanza o con l’effetto. Era come se avessi un particolare dono di natura per questo tipo di gesto atletico. Ma non sarei mai stato capace di certe esecuzioni magistrali se non avessi avuto, da piccolo, un maestro come Sergio Avon, una grande ala sinistra. Passavo delle ore a guardarlo giocare e poi, da solo, provavo a ripetere quelle punizioni. E così ho imparato a batterle: calciavo sempre con l’interno del piede, mentre nei corner provavo a sfruttare anche il vento, imprimendo alla palla quel tipo di effetto che le permetteva di finire sul secondo palo ». Un altro piatto forte di Guerrato era il tiro a foglia morta. « O alla Mortensen come lo chiamavano allora – continua Guerrato. Quando ti arrivava la palla, dovevi sempre provare a darle l’effetto sull’esterno, così da andare a cercare il secondo palo Quanti gol ho segnato? Un conto esatto non lo ho mai fatto, sono stati troppi. In una singola stagione, credo di aver toccato il massimo a San Stino, segnandone 37 o forse 38. E non battevo neppure i calci di rigore ». Cifre oggi impensabili da raggiungere per un bomber. « Un perchè di questa tendenza non saprei azzardarlo. Probabilmente all’epoca avevamo un modo diverso di giocare. Forse gli attaccanti erano un pò più abili, mentre i difensori più deboli: c’era solo il terzino e non, ad esempio, il libero ».

Quel vecchio calcio di una volta

Più dei gol o dei risultati maturati sul campo, però, di quegli anni da calciatore Antonio Guerrato ricorda soprattutto lo spirito di fratellanza che regnava nello spogliatoio. « Tra noi c’era una sincera amicizia – conclude Guerrato -. Non come accade nel calcio moderno, dove spesso i calciatori si apostrofano in cagnesco. Certo, anche allora capitava che volasse qualche parolaccia o perfino una scazzottatura. Ma tutto si esauriva lì. Ci allenavamo il martedì, di sera, dopo aver lavorato per otto ore. Non c’era l’acqua calda e l’illuminazione era data da una piccola lampadina». E come a conferma delle sue parole negli anni quella amicizia costruita sul campo si consolidò nella vita e non passava giorno che non si incrociasse Antonio Guerrato detto “Mignoi” con i suoi fraterni amici di campo Giovanni Perissinotto detto “Nanni” e Antonio Cornaviera detto “Bomba”. Difatti l’intervista di Guerrato si aggiunge alle altre due già pubblicate ma che sono il frutto di una lunga chiaccherata collettiva in cui i tre si sono passati allegramente la palla dei ricordi, rendendo importanti queste loro testimonianze a distanza di parecchi anni e soprattutto in memoria di chi non c’è più.

Don Bosco 1964-65 – In piedi da sinistra: Zuccon, Antonio “Bomba” Cornaviera, ANTONIO “MIGNOI” GUERRATO, Silvio Iseppi, Mino Filiputti, Giorgio Marin, Giancarlo Brollo, Odo Paludetto. Accosciati: Giuseppe Girardi, Roberto Brollo, Ignazio Zanardo, Antonio Battello, Giovanni Bigaran, X

« Le interviste ritrovate » : 1. Antonio Cornaviera; 2. Silvano Tommasella; 3. Giovanni Perissinotto; 4. Antonio Guerrato; 5. Orfeo Granzotto.

I Protagonisti del calcio sandonatese: 1. Francesco Canella “Dall’Oratorio al tetto del mondo”; 2. Arturo Silvestri con lo scudetto sul petto nella stagione 1951-52; 3. Guerin Sportivo | Adriano Meacci: «Scusate il ritardo »; 4. Glerean: « Nessun segreto, grande San Donà »; 5. Guerrino Striuli « Il gatto nero »; 6. Elvio Salvori, un sandonatese a Roma; 7. « Bomba » Cornaviera, una vita per il San Donà; 8. Silvano Tommasella, il miglior terzino biancoceleste; 9. « Nanni » Perissinotto, il bomber che stregò la Capitale; 10. Antonio Guerrato, quell’ala destra che non sbagliava una punizione; 11. Orfeo Granzotto: « Così è nato il Sandonà dei sogni »; 12. Bruno Visentin, il « Colombo » che volò in serie A; 13. Angelo Cereser, i suoi inizi sandonatesi visti da Torino; 14. Enzo Ferrari, quel sandonatese famoso prima di esserlo

« Nanni » Perissinotto, il bomber che stregò la Capitale

«Le interviste ritrovate»: Quando circa quindici anni fa iniziammo a raccogliere il materiale per il libro sul San Donà, le interviste potevano essere una chiave del racconto della storia biancoceleste. Poi assunsero un ruolo minore e divennero parte del racconto dell’annata. Ora alcune di quelle interviste sono tornate alla luce, la terza….

San Donà 1946-47 – Giordano Striuli, Primo Perissinotto, Ferriguti, Tonon, Buoso, Avon, Scalamera, Angelico. Accosciati: Bincoletto, Ferriguti, GIOVANNI PERISSINOTTO, De Pazzi

di Giovanni Monforte

Attaccante versatile, capace di spaziare sia a destra che a sinistra, Giovanni “Nanni” Perissinotto è ricordato dagli amici come « un fulmine a ciel sereno », perché dotato di gran velocità. Una carriera sfavillante la sua, culminata con gli anni d’oro in cui i suoi gol incantavano il pubblico del “Flaminio” di Roma. E pensare che i primi calci li diede più che altro per gioco. « Con l’inizio della seconda guerra mondiale, nel 1943, tutti i campionati furono sospesi – ricorda Nanni Perissinotto -. Giocavamo delle amichevoli al Don Bosco o nei Comuni della zona. Ricordo che una volta andammo a fare una partita a Portogruaro. Avevamo creato una squadra di amici, con noi c’era tra gli altri anche Guerrino Striuli. Partimmo alcuni con la motoretta, altri con il camion. E giocammo questa amichevole. A metà partita, però, arrivarono i caccia inglesi a bombardare e dovemmo correre ai ripari nei rifugi. La sera siamo rientrati a casa tardi: per strada trovai la guardia fascista e, siccome era in vigore il coprifuoco, fui arrestato. Fortunatamente mio padre li conosceva e mi tirò fuori da quella brutta situazione ».

Gli inizi nel dopoguerra
San Donà 1946-47: da sinistra, Primo Perissinotto, GIOVANNI PERISSINOTTO e Lorenzo Trame

Venne infine il tempo della Liberazione e, dopo la fine del conflitto, Perissinotto allora ventenne potè dare sfogo al suo amore per il pallone. E la prima maglia che indossò fu proprio quella del San Donà. « Le prime partite le giocammo senza dirigenti. Lo stadio era stato utilizzato dai tedeschi durante i combattimenti ed era molto malconcio. Mi ricordo che andammo a rubare la rete per ricostruire la recinzione. Allestimmo una squadra, i campionati dovevano ancora riprendere e così disputavamo qualche partita amichevole a Ceggia o a Jesolo. Nel frattempo, si andò formando la dirigenza e ci ritrovammo tutti coinvolti in questa nuova, entusiasmante avventura. Il primo presidente fu Odone Farina. Ante guerra il San Donà militava in serie C e da lì ripartimmo. Abbiamo disputato la C per tre stagioni. Poi il quarto anno venne varata una riforma dei campionati: le prime classificate rimanevano in C, le altre finivano in Promozione”. Sorte che toccò anche al San Donà. « In quegli anni – prosegue Perissinotto – potevamo definirci una squadra semiprofessionista: giocavamo discretamente e riuscivamo a piazzarci bene in classifica. A parte tre o quattro giocatori, tutti eravamo originari di San Donà, mentre ad allenarci c’era un friulano, Miconi. Era la più bella squadra che si potesse fare, tutti amici. All’epoca lavoravo nel settore del trasporto dei cavalli: li facevo correre e per allenarmi li inseguivo ».

Nel 1948 il passaggio al Mestre, poi il grande salto all’Udinese
Mestrina 1948-49 – In piedi da sinistra: In piedi da sinistra: il dirigente Viareggio, Borsetto, Darin, Di Franco, Niero, Schiavon, Lombardi; Accosciati: il massaggiatore Mion, Tommasi, Perissinotto, Caon, Marastoni, Dalle Vacche.

Chiusa la prima esperienza in riva al Piave, Perissinotto spiccò il volo verso le serie maggiori. Ma Nanni si permise di dire no all’Inter. « Con Bruno Marusso e Guido Meo, sono andato a fare un provino all’Inter. Però la Mestrina era disposta a prelevare anche mio fratello, Primo. Preferivo rimanere in sua compagnia e per questo scegliemmo entrambi di accasarci alla Mestrina. Fu anche una questione di soldi, perché alla Mestrina ci offrivano 800 mila lire di ingaggio, più 35 mila lire a testa al mese. Mentre l’Inter ci avrebbe dato meno, perché era disposta a prelevare solo me. Dopo Mestre, a mio fratello offrirono un ingaggio nel sud Italia, ma lui, che aveva vissuto anche la brutta esperienza della prigionia durante la guerra, non se la sentì ». Per Nanni, invece, un anno alla Mestrina, poi il trasferimento all’Udinese, che allora militava in serie B. « Alla Mestrina c’era il celebre trio Darin, Perissinotto, Dalle Vacche. Arrivammo secondi in serie C, proprio dietro l’Udinese, che conquistò la promozione in serie B. E, in estate, tutti e tre fummo acquistati dai friulani. Vincemmo subito il campionato e andammo in serie A ». Quella stagione il trio si sciolse. « Dalle Vacche si ruppe una gamba e da allora giocò solo con la squadra del suo paese. Darin, invece, si trasferì nel sud Italia. Quanto a me, rimasi anche la stagione successiva, nella massima serie. Era l’Udinese di Zorzi e Vicic. Quando incontrammo la Roma, segnai due gol e la mandai in serie B ».

UDINESE 1950-51: In piedi da sinistra: Zorzi, Forlani, Rinaldi, Feruglio, Martinis, Darin, Vicich, Soerensen, Paulinich, Toppan, Bergamasco. Accosciati: Dalle Vacche, Angelini, Perissinotto, Snidero, Roffi, Farina, Brandolin.
Perissinotto viene ceduto alla Roma
La prima presenza in assoluto di Perissinotto con la maglia della Roma, il 26 agosto 1951 nell’amichevole della Roma giocata ad Ancona. Vinsero i giallorossi 3-1, la terza rete fu segnata da Perissinotto.

Ironia della sorte l’estate seguente Perissinotto passò proprio in giallorosso. « In quei giorni mi trovavo a Chianciano. Mi telefonarono i dirigenti dell’Udinese, per informarmi che mi avevano ceduto alla Roma e che dovevo presentarmi nella capitale per firmare il contratto. Il tutto senza che prima fossi stato interpellato. Allora andai a Roma e mi trovai, io ragazzo di provincia, in una sala con seduti attorno a un tavolo tutti i big della società. Mi informarono che avevano trovato l’accordo con l’Udinese e mi chiesero cosa volessi come onorario. Tutto tremante, azzardai: « Facciamo un contratto che preveda 5 milioni per il primo anno. Poi il secondo, se mi vorrete confermare, mi accontenterei di 4 milioni. Altrimenti, tante grazie lo stesso ». Rimasero tutti in silenzio, ma poi dissero di si. Mi è sempre rimasta la convinzione che, se avessi chiesto di più, avrebbero accettato comunque. A Roma ho disputato tre stagioni. Vincemmo subito il campionato di serie B e poi ho giocato altre due annate in serie A. Con noi c’era anche il fratello di quel Nordhal, che fu una bandiera del Milan. Per due stagioni abbiamo giocato al Flaminio, poi anche all’Olimpico, che all’epoca non era stato ancora inaugurato ». La cerimonia ufficiale si tenne nel maggio del ’53, con una partita contro la grande Ungheria. « Delle volte – continua Perissinotto – abbiamo fatto anche 80 mila spettatori. Di quegli anni, mi è rimasta impressa nella mente una partita contro la Juventus, che in quella stagione rischiò di andare in serie B. Vincemmo 3-0, ma avremmo potuto fare anche dieci gol. Solo che, sarà stata la foga o la voglia di segnare a tutti i costi, alla fine sbagliai diverse occasioni da rete, pur segnando due gol. E così il giorno dopo alcuni giornali scrissero che “Solo la bontà di Perissinotto ha salvato la Juventus” e altri ancora che “Soltanto Perissinotto poteva sbagliare otto gol” ».

Il ritorno a Udine, il secondo posto e l’infortunio
Perissinotto in una figurina del periodo in bianconero


Chiusa la parentesi della Capitale, Perissinotto fece ritorno a Udine. Era la stagione 1954-55 e i friulani, fra cui militavano Bettini e Selmoosson, giunsero secondi dietro i rossoneri di Schiaffino e Liedholm. « Ma ci mandarono in serie B a tavolino, per un sospetto di corruzione » ricorda il bomber sandonatese. Perissinotto trascorse altre due stagioni in Friuli, per poi far ritorno al suo primo amore, il San Donà, nel 1957. Nell’ultima stagione friulana però praticamente non giocò. « Giocando da professionista mi ero infortunato ad un ginocchio. Fui operato due volte e avevo maturato la decisione di non giocare più ».

Nanni torna grande a San Donà

San Donà 1958-59 – In piedi: Perissinotto, Cornaviera, Zago, Miotto, Salvadoretti, massaggiatore Paludetto, Mingardi
Accosciati: Bonora, Maschietto, Paludo, G. Brollo, Beffagna

« Tornato a vivere a San Donà, però, i dirigenti biancocelesti mi hanno pregato di venire a dare una mano alla società, anche senza giocare. Fu così che alla fine disputai altri sei campionati, senza mai accusare un problema fisico. Eravamo tutti dilettanti, facevamo due allenamenti a settimana, ma erano molto duri. La squadra era solida, affiatata, fatta di giocatori di esperienza, tanto che abbiamo vinto due campionati di seguito: nel 1958-59 e nel 1959-60, arrivando in serie D ».
Al San Donà Perissinotto ricoprì per alcuni anni anche la duplice veste di allenatore e giocatore. Infine, la sua lunga carriera si chiuse, tranne una breve parentesi nel 1963: « Perdemmo lo spareggio contro il Faenza e retrocedemmo, ma poi la squadra venne ripescata – conclude Perissinotto. Pensare che nel girone di andata eravamo in testa alla classifica. Ma poi ci condizionarono alcuni arbitraggi discutibili e una serie di infortuni. Quindi ho fatto un altro paio di mesi nel 1965 come allenatore. Ma ormai ero stanco del calcio e così ho iniziato a fare il camionista al fianco dei miei fratelli ». Di Perissinotto ricordano che fosse un allenatore rigoroso, amante soprattutto della puntualità. Una volta si permise di lasciare a casa perfino il suo compare: « Se lo avessi perdonato, gli altri avrebbero fatto quello che volevano », scherza adesso lui.

Quel sogno Nazionale

Di tanti anni di calcio a Perissinotto resta solo un rammarico: il fatto di non essere riuscito a vestire mai la maglia della Nazionale, benché fosse anche stato convocato per un paio di raduni. « Fui convocato una volta a Bologna, insieme a Darin. Era più o meno il 1950, perché ero ancora a Udine. Purtroppo però fui bloccato da un’infortunio. Prima ancora ero stato chiamato per una partita negli Stati Uniti che avrebbe dovuto ricordare la tragedia dei giocatori del grande Torino, morti a Superga. Ma quella volta fui bloccato da un attacco di appendicite ».

« Le interviste ritrovate » : 1. Antonio Cornaviera; 2. Silvano Tommasella; 3. Giovanni Perissinotto; 4. Antonio Guerrato; 5. Orfeo Granzotto.

I Protagonisti del calcio sandonatese: 1. Francesco Canella “Dall’Oratorio al tetto del mondo”; 2. Arturo Silvestri con lo scudetto sul petto nella stagione 1951-52; 3. Guerin Sportivo | Adriano Meacci: «Scusate il ritardo »; 4. Glerean: « Nessun segreto, grande San Donà »; 5. Guerrino Striuli « Il gatto nero »; 6. Elvio Salvori, un sandonatese a Roma; 7. « Bomba » Cornaviera, una vita per il San Donà; 8. Silvano Tommasella, il miglior terzino biancoceleste; 9. « Nanni » Perissinotto, il bomber che stregò la Capitale; 10. Antonio Guerrato, quell’ala destra che non sbagliava una punizione; 11. Orfeo Granzotto: « Così è nato il Sandonà dei sogni »; 12. Bruno Visentin, il « Colombo » che volò in serie A; 13. Angelo Cereser, i suoi inizi sandonatesi visti da Torino; 14. Enzo Ferrari, quel sandonatese famoso prima di esserlo

Silvano Tommasella, il miglior terzino biancoceleste

«Le interviste ritrovate»: Quando circa quindici anni fa iniziammo a raccogliere il materiale per il libro sul San Donà, le interviste potevano essere una chiave del racconto della storia biancoceleste. Poi assunsero un ruolo minore e divennero parte del racconto dell’annata. Ora alcune di quelle interviste sono tornate alla luce, la seconda….

San Donà 1958-59 – In piedi da sinistra: dirigente Pavan, presidente Teso, dirigente Barbini, segretario Trame, massaggiatore Paludetto, giornalista Serafini, Mingardi, Roberto Brollo.
Seduti in mezzo: Zago, Giovanni Perissinotto, Giancarlo Brollo, Paludo, Cornaviera.
Accosciati e seduti prima fila: Miotto, Guerra, Bortolin, Gianni Brollo, Valerio Guerrato, Salvadoretti, Arturo Mestre, TOMMASELLA, Vizzotto, Antonio Guerrato, Beffagna, Maschietto.
I bambini Trame e Vello.

di Giovanni Monforte

Di lui dicono sia stato ” il miglior terzino sinistro che abbia vestito la casacca biancoceleste “. Un giocatore che per intelligenza e capacità di diventare punto di riferimento per i compagni, si può dire abbia anticipato di vent’anni l’essenza stessa del ruolo del terzino. Stiamo parlando di Silvano Tommasella, classe 1939. Nel San Donà ha giocato dieci anni, dalla stagione 1957-58 alla stagione 1967-68. Periodo intervallato solo da un paio di annate disputate in prestito al Vipiteno, dove svolgeva il servizio militare. Tommasella fu uno dei protagonisti di quel ruggente San Donà che, nella prima metà degli anni Sessanta, fu in grado di competere, nonostante i mezzi limitati, ad alti livelli con le squadre semiprofessionistiche di quarta serie. Merito di un giusto mix di veterani e di giovani, cementificati dalla forza del gruppo. « Eravamo amici dentro e fuori dal campo – ricorda Tommasella – Personalmente ho giocato sempre da terzino, al massimo ho disputato qualche partita come libero. La mia caratteristica principale, che tutti mi riconoscevano, era l’anticipo dell’avversario, soprattutto con il colpo di testa. Era la mia specialità. Ricordo quella volta che andammo a giocare a Pesaro. Di fronte avevo un’ala sinistra di stazza imponente. – L’allenatore mi disse “Guarda chi devi marcare…” – E io gli risposi che, più grandi erano, e meglio era ».

Il giovane Tommasella e il pallone
Giovanile San Donà – In piedi da sinistra: Mazzon, Stefenel, Battistella, Miotto, Franzo, Panizzo, Battello. Accosciati: Tonon, Fornasier, Giancarlo Brollo, Tommasella, Gianni Brollo, Marin.

Quella per il pallone è una passione che Silvano Tommasella ha nutrito fin da piccolo. La sua storia calcistica comincia tra i 12 e i 13 anni d’età, all’oratorio Don Bosco, un pò come tutti allora. L’approdo al San Donà porta invece la firma dell’avvocato Mario Davanzo e del futuro arbitro di serie A, Mario Moretto, che allora era un ragazzetto proprio come Tommasella. « Moretto aveva sentito che stavo per trasferirmi al Ceggia e mi disse. “Stai tranquillo, parlo io con l’avvocato Davanzo e gli dico che sei bravo”. Restare a San Donà sarebbe stato sicuramente più comodo, perchè all’epoca già lavoravo come calzolaio. L’avvocato cercava sempre dei giovani e mi chiese di andare a giocare con loro – ricorda Tommasella – Ma io ero ancora un ragazzino e gli dissi di voler aspettare ancora qualche anno. E, infatti, a 15 anni ho iniziato a giocare con le giovanili del San Donà. A quel tempo non avevamo un allenatore, faceva tutto l’avvocato Davanzo; sceglieva chi giocava, organizzava le trasferte, …. ».

Il debutto con il San Donà
San Donà 1960-61 – In piedi da sinistra: Salvadoretti, Vizzotto, Cornafiera, Bonazza, Ferrari, Dal Ben. Accosciati: Susin, Beffagna, TOMMASELLA, Salvori, Perissinotto.

L’esordio in prima squadra avvenne nella stagione 1957-58. Una manciata di presenze, quattro ed una in Coppa Veneto in un San Stino-San Donà del 5 giugno 1958, gara che finì 2-0 per il San Stino. La prima stagione da titolare fu però quella 1959-60, con allenatore Giovanni Perissinotto. Quanto ai gol, Tommasella ne ha segnato uno solo., in quarta serie, l’11 dicembre 1966, in mezzo alla neve. Grazie a quella rete arrivata al 70′, il San Donà pareggiò 2-2. « Giocavamo a Bolzano. Ero arrabbiato perchè stavamo perdendo. Mi trovavo al limite del centrocampo. Il portiere Sartin era fuori dei pali e feci partire una conclusione che andò in rete. Il giorno dopo sul giornale lo definirono un tiro di rara potenza. Quando si giocò la partita di ritorno, il portiere del Bolzano mi disse: “Guarda di non fare un altro tiro così…” ».

L’ammirazione per l’allenatore Tognon

Degli anni al San Donà c’è un allenatore che è rimasto più degli altri nel cuore di Tommasella. « Di sicuro il più importante per me è stato Omero Tognon. Era un uomo di grande intelligenza e molto bravo nel suo lavoro di tecnico. Quando venni chiamato a fare il militare, nel 1962, andai in prestito dal San Donà al Vipiteno. Ricordo che a Natale mi scrisse, dicendomi che mi augurava che potessi tornare presto a casa, perchè aveva voglia di fare una bella chiaccherata insieme. Quando sono effettivamente tornato a casa, mi disse. “Avrò sempre una grossa stima di voi, onesti giocatori.” E’ una frase che mi è sempre rimasta impressa nella mente. Tognon ci dava sempre del lei. “Tommasella mi giochi un pò più avanti, un pò più indietro…..”. Era da ammirare, persone così corrette non si possono dimenticare ». Da Omero Tognon, oltre trecento le sue partite al Milan, che in carriera non fu mai nè espulso nè ammonito, Tommasella ha imparato la correttezza in campo. « Dal punto di vista disciplinare mi è sempre stata riconosciuta una grande correttezza nei confronti degli arbitri e degli avversari », conferma il diretto interessato.

L’episodio che ne condizionò la carriera
San Donà 1966-67 – In piedi da sinistra: Modolo, Buran, Trevisan, Cibin, Bottosso. Accosciati: TOMMASELLA, Masiero, Bona, Finotti, Busato, Petranzan.

Per questo non potè accettare quell’ingiusta squalifica che gli venne inflitta per un episodio di cui non era stato protagonista. « Era la stagione 1962-63 e un incontro disputato a Vipiteno, contro il Termeno, si concluse con il pestaggio dell’arbitro, per un gol sospetto realizzato con la mano. Dopo il gol, i giocatori del Vipiteno si sono schierati attorno all’arbitro per protestare. Lui decise di sospendere la partita e allora diversi giocatori iniziarono a colpirlo con schiaffi e calci. Tutti i giocatori del Vipiteno, eccetto due, furono squalificati per tre anni. Anche io, pur non avendo partecipato all’episodio, fui squalificato, nonostante le varie testimonianze a mio favore. Non ero mai stato squalificato, ci tenevo tanto alla correttezza e mi spiaceva finire in un fattaccio di cui non ero stato protagonista ». Il primo aiuto Tommasella lo chiese all’allora segretario del San Donà, Lorenzo Trame. « Non finirò mai di ringraziarlo pubblicamente. Una degna persona che ha fatto di tutto per cercare di farmi rigiocare. Siamo andati insieme a Firenze, nella sede della Federazione della serie D ». Di Trame Tommasella ricorda un altro episodio: « Quando sono partito per il militare avevo un contratto di 20 mila lire con il San Donà. E ogni mese Trame me le inviava, pur non giocando ». Tornando alla squalifica, pochi mesi dopo il fallaccio venne a Fossà per alcune cresime l’allora vescovo di Vittorio Veneto, Albino Luciani, che di lì a poco sarebbe diventato Patriarca di Venezia e quindi Papa nel 1978 con il nome di Giovanni Paolo I. « Fu in occasione di quella visita – prosegue Tommasella – che colsi l’opportunità di farmi togliere la squalifica. Mi presentai al Vescovo, gli spiegai come erano andate realmente le cose e gli chiesi di voler gentilmente intercedere in mio favore. Albino Luciani confermò che ne avrebbe discusso con l’Arcivescovo di Trento in occasione di un successivo incontro. Dopo solo 15 giorni da quel successivo incontro ricevetti la sospirata lettera della Federazione nella quale si riportava che – “nel dubbio ella non abbia partecipato al fatto, viene stracciata la squalifica”. – E quindi si riaprì per me la possibilità di giocare nuovamente in una squadra di calcio ». Se Tommasella tornò protagonista del San Donà degli anni Sessanta, fu un pò merito anche del futuro Papa.

Silvano Tommasella tra Elvio Salvori, Betty Vignotto e Silvano Balliana, suo allenatore al San Donà e poi anche al Don Bosco
Dopo il San Donà finì dove cominciò, sul campo del Don Bosco

Silvano Tommasella disputò l’ultimo campionato di serie D con il San Donà nel 1967-68, poi giocò lungamente con il Don Bosco dove terminò la carriera alla metà degli anni Settanta. In maglia biancoceleste può vantare 184 presenze (i dati della stagione di esordio non sono completi) nei due periodi in cui ha giocato inframezzati dall’esperienza di Vipiteno con annesso periodo di squalifica. Una sola rete segnata, come raccontato nell’intervista.

Don Bosco 1975-76 – In piedi da sinistra: P. Nonnato, Gionso, Fornasier, Pilla, Barbini, Veronese, Granzotto, l’allenatore Balliana. Accosciati: Soldera, Tonon, G. Marcati, Anzanello, TOMMASELLA.

« Le interviste ritrovate » : 1. Antonio Cornaviera; 2. Silvano Tommasella; 3. Giovanni Perissinotto; 4. Antonio Guerrato; 5. Orfeo Granzotto.

I Protagonisti del calcio sandonatese: 1. Francesco Canella “Dall’Oratorio al tetto del mondo”; 2. Arturo Silvestri con lo scudetto sul petto nella stagione 1951-52; 3. Guerin Sportivo | Adriano Meacci: «Scusate il ritardo »; 4. Glerean: « Nessun segreto, grande San Donà »; 5. Guerrino Striuli « Il gatto nero »; 6. Elvio Salvori, un sandonatese a Roma; 7. « Bomba » Cornaviera, una vita per il San Donà; 8. Silvano Tommasella, il miglior terzino biancoceleste; 9. « Nanni » Perissinotto, il bomber che stregò la Capitale; 10. Antonio Guerrato, quell’ala destra che non sbagliava una punizione; 11. Orfeo Granzotto: « Così è nato il Sandonà dei sogni »; 12. Bruno Visentin, il « Colombo » che volò in serie A; 13. Angelo Cereser, i suoi inizi sandonatesi visti da Torino; 14. Enzo Ferrari, quel sandonatese famoso prima di esserlo

« Bomba » Cornaviera, una vita per il San Donà

«Le interviste ritrovate»: Quando circa quindici anni fa iniziammo a raccogliere il materiale per il libro sul San Donà, le interviste potevano essere una chiave del racconto della storia biancoceleste. Poi assunsero un ruolo minore e divennero parte del racconto dell’annata. Ora alcune di quelle interviste sono tornate alla luce.

Formazione riserve: piedi: avv, Davanzo, Fanzago, Cadamuro, Nespolo, Guiotto, W. Tosetto, B. Visentin
Seconda fila: Cornaviera, Faccini 1, Carlini, Bonadio, Trentin, Bortoletto
Accosciati: Faccini 2°, Vazzoler, Cibin, Dalla Villa, Dolce

di Giovanni Monforte

Quindici anni. Tanti ne ha trascorsi Antonio “Bomba” Cornaviera, classe 1932, con la maglia del Sandonà. Un’amore per i colori biancocelesti che a fine carriera gli è valso la medaglia d’oro al merito. L’avventura di Cornaviera ha inizio nel 1948. « Allora, grazie al lavoro dell’avvocato Davanzo, fu allestita per la prima volta la selezione Ragazzi under 18 – ricorda Cornaviera – Al San Donà poi sono rimasto fino al 1963, quando ho smesso di giocare. Nel conto inserisco anche l’anno in cui ho fatto il militare, perchè prima di partire per la naia sono riuscito a disputare due partite ». Con i ricordi Cornaviera torna a quegli esordi nelle giovanili. « Avevamo vinto il titolo battendo la squadra di Oderzo, ma poi un sacerdote del collegio Brandolini si prese la briga di andare a controllare all’anagrafe del Comune di San Donà l’età di tutti i nostri giocatori. E fummo estromessi dopo la finale regionale, perchè uno dei miei compagni aveva già compiuto da tre mesi i 19 anni. Di quella squadra, poi, moltissimi raggiunsero la serie A: c’erano Carlini da Ceggia e Ivan Firotto, che giocarono al Genoa e poi il mediano Tosetto, sempre da Ceggia ». Neppure a Toni Cornaviera erano mancate le occasioni per spiccare il volo nel calcio che conta. « Sono stato contattato due volte – ricorda “Bomba” – Mi aveva cercato il Catanzaro, ma ero figlio unico e i miei genitori venivano prima del calcio. Avevo il compito morale di stare con loro. E poi ho sempre lavorato, fin dall’età di 16 anni. Così ho rifiutato i due trasferimenti. Ma ho avuto l’onore prima di giocare insieme e poi di allenare, anche in quarta serie, ben 14 atleti che in seguito hanno raggiunto la serie A ».

Un San Donà che profumava di serie A
San Donà 1958-59 – In piedi: Perissinotto, Cornaviera, Zago, Miotto, Salvadoretti, massaggiatore Paludetto, Mingardi
Accosciati: Bonora, Maschietto, Paludo, G. Brollo, Beffagna

Allora Cornaviera militava anche nella selezione delle “riserve”, che affiancava la prima squadra, disputando un proprio campionato parallelo. « Negli anni successivi – ricorda – giocai alcune partite in quarta serie, quando retrocedemmo dalla serie C a inizio anni cinquanta. Poi, con il periodo della naia, fui costretto a perdere tre quarti del campionato ». Di quegli anni, Cornaviera serba alcuni aneddoti particolari. « Il martedì sera ci trovavamo al campo sportivo per allenarci. L’acqua che usciva dai rubinetti era fredda e per rischiarare l’ambiente collocavamo quattro lampadine negli angoli delle mura esterne ». Un altro episodio curioso riguarda Francesco Canella. « Era il 1956, l’anno del suo 17esimo compleanno, che cadeva di giovedì. La domenica successiva andammo a giocare a Venezia (contro l’Excelsior). Io ero capitano, mentre in panchina sedeva Depità. Mentre stavamo uscendo dal cancello degli spogliatoi, diedi la fascia a Canella. Il mister mi apostrofò e io gli dissi che era il momento giusto per dare strada ai ragazzi. E il campo mi diede ragione: quell’anno Canella fece un grande campionato e la stagione dopo fu ingaggiato dal Venezia ». Ma sono tanti gli amici che Cornaviera trovò in quegli anni. « Mi vengono in mente per esempio Enzo Ferrari, Cereser o Salvori. Quest’ultimo poi per me era come un fratello più giovane. Una volta, invece, da ragazzo, salvai Firotto, rimediando per altro anche due schiaffi da mia madre. Ivan era tre anni più giovane di me, c’eravamo conosciuti alle medie. Un giorno, davanti all’idrovora del Canale Silos, lui, che non sapeva nuotare, cadde in acqua. Io ero andato lì a pescare e, quando mi accorsi che era in difficoltà, cercai di salvarlo: mi gettai in acqua e, siccome ero di costituzione robusta, non faticai a tirarlo su. Ma lui, nel tentativo di aggrapparsi, mi graffiò. Così, quando arrivai a casa, mia madre pensò che avessi fatto a botte e mi schiaffeggiò. Poi, però, mi domandò scusa ».

Un centromediano dalle molte virtù
San Donà 1960-61 – In piedi: Salvadoretti, Vizzotto, Cornaviera, Bonazza, Ferrari, Dal Ben Accosciati: Susin, Beffagna, Tommasella. Salvori, Giovanni Perissinotto

Passato alla storia soprattutto come centromediano, in realtà Toni Cornaviera ha spaziato un pò in tutti i reparti. « Il mio ruolo? Ne avevo undici. Ho ricoperto praticamente tutte le funzioni, compresa quella di portiere. Anzi, tra i pali ci sono stato due volte. All’epoca non esistevano i cambi. Quando qualcuno si faceva male, dunque, era necessario che un compagno già in campo ne andasse a ricoprire il ruolo. E due volte capitò che a infortunarsi fossero i portieri e toccò al sottoscritto fare da jolly ». Tra le caratteristiche di Cornaviera c’era l’abilità al salto. « Avevo uno scatto da terra piuttosto potente – ricorda il “Bomba” – Due volte mi ruppi perfino la testa, cozzando contro la parte bassa della traversa. Da attaccante, in una gara contro il Fossalta, feci fare quattro gol a Canella. Feci segnare anche Bruno Visentin, per lui poi si spalancarono le porte della serie A. Quanto a me, invece, di reti ne feci una sola, a Mestre, in un torneo ragazzi. Ho avuto la soddisfazione di giocare con atleti più bravi di me, ma che mi hanno sempre rispettato per la mia anzianità. E tuttora mi vogliono bene ».

Le origini di un soprannome
San Donà 1961-62 – dirigente Vignotto, Dal Ben, Beffagna, Guarinoni, Mariotto, Dei Rossi, Parisatti, allenatore Striuli
Miglioranza, Cornaviera, Susin, Tommasella, De Nobili

In conclusione, Toni Cornaviera svela anche il segreto di quel soprannome, “Bomba”, che lo ha accompagnato per tutta la vita. « Da ragazzino abitavo in via Ereditari e lì c’erano diversi bambini che giocavano a calcio per strada, tra i sassi – conclude Cornaviera. – Una domenica pomeriggio stavo facendo il portiere, non mi sono accorto che in quel momento stava sopraggiungendo una bicicletta. Allora come palla usavamo un sacchetto di cemento vuoto: un attaccante tirò e io mi tuffai per prendere la palla, andando a sbattere proprio contro la bicicletta. Fu un brutto impatto, tanto che ancora ne serbo una cicatrice. Il ciclista mi accompagnò subito a casa e, rivolto a mia madre disse: “Mi è arrivato addosso come una bomba”. Da qui nacque quel soprannome, che negli anni è diventato praticamente un nome. Tanto che finchè giocai al San Donà nessuno conosceva il cognome Cornaviera. Perchè diventasse famoso fu necessario che mia figlia Cristina andasse a fare ginnastica a livello internazionale ».

« Le interviste ritrovate » : 1. Antonio Cornaviera; 2. Silvano Tommasella; 3. Giovanni Perissinotto; 4. Antonio Guerrato; 5. Orfeo Granzotto.

I Protagonisti del calcio sandonatese: 1. Francesco Canella “Dall’Oratorio al tetto del mondo”; 2. Arturo Silvestri con lo scudetto sul petto nella stagione 1951-52; 3. Guerin Sportivo | Adriano Meacci: «Scusate il ritardo »; 4. Glerean: « Nessun segreto, grande San Donà »; 5. Guerrino Striuli « Il gatto nero »; 6. Elvio Salvori, un sandonatese a Roma; 7. « Bomba » Cornaviera, una vita per il San Donà; 8. Silvano Tommasella, il miglior terzino biancoceleste; 9. « Nanni » Perissinotto, il bomber che stregò la Capitale; 10. Antonio Guerrato, quell’ala destra che non sbagliava una punizione; 11. Orfeo Granzotto: « Così è nato il Sandonà dei sogni »; 12. Bruno Visentin, il « Colombo » che volò in serie A; 13. Angelo Cereser, i suoi inizi sandonatesi visti da Torino; 14. Enzo Ferrari, quel sandonatese famoso prima di esserlo