Il Martirio e la Resurrezione di San Donà di Piave

Nel giugno 1929, in contemporanea con l’uscita del libro di Monsignor Dottor Costante Chimenton “S. Donà di Piave e le succursali di Chiesanuova e di Passarella”, sulla rivista edita del Touring Club Italia “Le vie d’Italia e dell’America Latina” uscì un lungo articolo a firma Giorgio Paoli che da quel libro trasse ispirazione. A corredo dell’articolo furono inserite molte fotografie di Alfredo Batacchi, molte delle quali divenute nel frattempo cartoline di San Donà di Piave.

Rivista mensile del Touring Club Italiano, Anno XXXV – giugno 1929

di Giorgio Paoli

Fra i tanti paesi italiani che, per essersi trovati sulla ardente fronte della grande guerra, ebbero a condividerne le alterne vicende, a partirne le dure violenze, a supportarne i terribili sacrifici, a viverne la crudele angoscia e la vermiglia gloria, San Donà di Piave fu dei più martoriati e dei più eroici. Non solo una folta schiera dei suoi giovani figli – quattrocentoventi – immolarono la balda esistenza combattendo per la Patria, ma il paese stesso fu tutto travolto e sconquassato dalla tremenda bufera e, dopo il rovescio di Caporetto, invaso dal tracotante nemico, soffrì per un anno l’amarezza del selvaggio e nella lotta per la liberazione fu bersaglio di spietati colpi e vittima di innumeri ferite. Ridotto a uno spaventoso cumulo di macerie, sembrava, nel vittorioso termine del conflitto, ch’esso non potesse più risollevarsi dalla triste polvere in cui giaceva. Invece – miracolo d’energia e di fede – chi lo vede oggi lo trova risorto, lo saluta più bello di prima, risanato e forte, in piena maturazione di sviluppo, in una consolante ripresa di attività, in un sicuro ritmo di lavoro: esempio anch’esso, con mille altri, dell’inestinguibile gagliardia di nostra stirpe e, in particolare, del virile e fattivo ardore della gente veneta.

Un figlio di questa terra, Monsignor Dottor Costante Chimenton, professore del seminario di Treviso, ha amorosamente tracciato la storia di San Donà di Piave in un’interessante volume di 900 pagine, copiosamente documentato ed illustrato; ed è sulla sua scorta che vogliamo qui richiamare gli eventi connessi con la guerra e compendiare l’opera di restaurazione che, per virtù di Governo e di popolo, ha doppiamente redento il gentil paese.

Il Santo Patrono

Son dodici i santi che portano il nome di Donato, per cui si può comprendere come sia stata lunga la controversia storica, non peranco risolta, per decidere quali di essi fosse l’autentico patrono di San Donà. La chiesa, a tagliar corto stabilì che l’onore spettasse a San Donato Vescovo martire, ma il curioso è che nel paese il tempio principale fu invece sempre dedicato alla Madonna delle Grazie, alla quale si aggiunse San Donato soltanto quando, nella prima metà del secolo scorso, il tempio in questione, ormai cadente e ad ogni modo inadeguato per la cresciuta popolazione venne ricostruito tra un devoto entusiasmo popolare in un nuovo edificio arcipretale che ricevette poi, a grado a grado, gli abbellimenti che lo resero particolarmente pregevole e venerato.

Era esso, come naturale, il fulcro del paese, per antica tradizione religiosissimo, e, intorno, l’abitato schierava la guardia delle sue case, nella cui massa, dalle apparenze modeste, spiccavano parecchi edifici ragguardevoli e sobriamente eleganti, quali il Municipio, le sedi di alcune banche e aziende diverse e varie palazzine e ville private, così che San Donà aveva aspetto e sostanza di vera cittadina, e il suo territorio – sanato dalle ardite bonifiche che avevano regolato il corso delle acque – si dispiegava ubertoso florido, presso il margine del lido adriatico.

L’arrivo della guerra
Foto originale austriaca, non presente nell’articolo

La guerra turbò la questa quieta armonia delle opere, ma trovò il popolo di San Donà pronto a qualunque sacrificio, come ben si vide allorché il nembo tragico avvolse il paese. Dopo Caporetto, San Donà di Piave divenne uno dei punti strategici contro cui si sferrò l’azione dei belligeranti. Quasi tutti i giorni, nei suoi bollettini ufficiali, il Comando Supremo ebbe a registrare il nome di San Donà o delle sue frazioni; le vittime immolate sul suo suolo furono innumerevoli; le sue campagne furono allagate di sangue. Le prime avvisaglie della lotta vi si sparsero il 29 ottobre del 1917, allorché il paese fu invaso dal nostro esercito in ritirata. Seguirono gli esodi degli abitanti, le depredazioni e i saccheggi, le vessazioni e le brutalità dell’orta nemica, i bombardamenti senza tregua, i combattimenti sulle rive del Piave, ove i nostri si erano arrestati ed aggrappati, e quindi la rovina dello sciagurato borgo, flagellato da ogni parte. I profughi dovettero sparpagliarsi in tutte le regioni d’Italia, persino in Sicilia, mentre l’autorità municipale, capeggiata dal sindaco, Giuseppe Bortolotto, trovava asilo in Firenze, ove organizzava l’opera di tutela e di esistenza morale riannodando con pazienti ricerche le disperse fila della comunità. Il paese rimane, fin dove poté, l’arciprete monsignor Saretta, che si adoperò a favore degli infelici parrocchiani con uno zelo così caldo e coraggioso che gli austriaci, sospettosi e urtati, finirono per trasferirlo a Portogruaro.

Nel settore di San Donà-Caposile la lotta non ebbe mai respiro. In quegli acquitrini si mantennero tenacemente abbarbicati di avversari, e con pari tenacia i nostri sforzarono di snidarli, sfidando i covi di mitragliatrici di cui era cosparso tutto il margine del Piave, mentre altre stavano appiattite tra i ruderi delle case, di guisa che tutto il territorio era un feroce agguato di distruzione e di morte e dovunque s’accumulavano le rovine e giacevano al sole e alle intemperie le salme insepolte.

Foto originale austriaca, non presente nell’articolo

Specialmente furiosa si scatenò la battaglia, nell’estate del 1918, all’allorchè da una parte e dall’altra si giocò la carta decisiva, e il nemico ributtato dal fiume, comprese che la sua ora disperata, la sua perdita definitiva,  stavano per arrivare. Invano s’irrigidì, invano si esasperò nella spietata violenza, invano eresse le forche sui pioppi e sugli ippocastani, per impiccarvi legionari cecoslovacchi ch’erano passati a combattere con noi; il monito crudele non valse a rianimare l’esercito prostrato e tantomeno propiziargli il sognato trionfo. L’autunno successivo, a un anno dall’invasione, quella sciagura era vendicata, il paese redento, il nemico ricacciato e rotto, la guerra vinta dal valore delle nostre armi, dall’ardimento dei nostri magnifici soldati; e dall’avversario null’altro rimase, tristo conforto, se non lo sfogo codardo delle ultime prepotenze sugli inermi, delle ultime brutalità sui vecchi, sulle donne, sui fanciulli, degli ultimi vandalismi sulle cose, delle ultime razzie nella desolata contrada ch’era costretto ad abbandonare.

I sandonatesi avevano però già ricevuto il premio del loro sacrificio nella liberazione, alla quale tanti dei loro avevano valorosamente contribuito, così che il nucleo di questi combattenti seppe meritarsi otto medaglie di bronzo, dieci d’argento e una medaglia d’oro, quella che frigiò il petto di Giannino Ancillotto, l’aquila eroica, il prodigioso bombardatore aereo che non esitò a distruggere anche la propria villa, pur di colpire il nemico che la profanava, nella sua diletta San Donà.

Dopo la guerra, solo distruzione

Il primo cittadino che entrò in quella terra redenta fu l’antico sindaco, divenuto Commissario Prefettizio, il commendatore Giuseppe Bortolotto, che vi giunse il primo novembre 1918 con un autocarro militare, attraversò il Piave con le sue truppe, visse quel giorno e il successivo in mezzo ai soldati e passò la notte tra i carriaggi dell’esercito, nutrendosi del rancio comune. Subito egli si accinse all’opera della ricostruzione, ma la situazione, nel paese deserto, era spaventosa.

Foto originale austriaca, non presente nell’articolo

Il centro dell’abitato era completamente distrutto. Il nucleo principale, nella zona immediatamente vicina al Piave e nei dintorni della chiesa, era ridotto a un mucchio di rovine. Del pari gli stabili, sulle principali vie d’accesso al paese e al fiume, erano quasi tutti a terra e soltanto qualche casa colonica era rimasta in piedi. In pochi giorni la popolazione giunse a cinquemila anime e via via s’accrebbe col ritorno dei profughi privi di tutto, in un luogo in cui c’era più nulla e ogni cosa era da improvvisare, da rifare di sana pianta.

Un compito immane fu affrontato, tra comprensibili malumori, in un disordine caotico, aggravato dagli intralci burocratici e dall’incomprensione delle autorità superiori e dello stesso Governo di quel tempo, mentre le tristi condizioni divenivano minacciose per il dilagare delle acque dalle rovinate bonifiche e per il diffondersi delle malattie. La stessa Croce Rossa americana, sollecitata a porgere il suo aiuto giudicava che San Donà fosse ormai un paese morto e che non mettesse conto di spender tempo e fatiche per farlo risorgere.

Eppure, per l’ammirevole tenacia del Commissario, che seppe moltiplicarsi riverberando il proprio entusiasmo in chi lo attorniava, piano piano San Donà risorse. Nel duro lavoro molto giovò anche l’ausilio del clero, con la alla testa il bravo arciprete, monsignor Saretta, che indefessamente ed efficacemente si prodigò per lenire tante miserie e far tornare negli spiriti la calma e la fede, a cominciare dalla fede religiosa, per la quale egli provvide subito a riattivare le pratiche del culto, officiando tra le macerie del tempio, dapprima, poi in una baracca provvisoria, mentre si dava mano alla demolizione del Duomo pericolante per ricostruirlo.

La ricostruzione del Duomo e dei luoghi di culto

Si ricostruirono infatti il Duomo e il suo campanile, su progetto del professor Giuseppe Torres di Venezia. La chiesa, ad unica navata, con cinque porte, è fronteggiata da una maestoso pronao, adorno di sei colonne di pietra artificiale e di un timpano a finte bugne. Il campanile, che le sorge a fianco, è alto 76 metri, quadrangolare, massiccio, sormontato da una cuspide sulla quale si libra un angelo rivestito di rame. La spesa s’aggirò sui tre milioni e l’edificio sacro fu aperto al culto nel marzo del 1923.

Si ricostruirono pure le chiese di Passarella e di Chiesanuova e le case canoniche di quelle frazioni del Comune, oltre quella di San Donà; come pure vennero ricostruite altre chiese ed oratori ed edifici di carattere religioso, per cui la cattolicissima plaga potè a poco a poco vedere rimosso ha rimesso a sesto e notevolmente migliorato il proprio patrimonio di pratica cristiana.

Il nuovo ponte

E a poco a poco anche l’opera della ricostruzione civile ebbe il suo coraggioso e mirabile sviluppo. Una di quelle che trovarono per prime le solerti cure dell’amministrazione provinciale e comunale fu l’opera del ponte sul Piave, per ristabilire le normali comunicazioni tra San Donà e la frazione di Musile, essendo stato distrutto dalla guerra il robusto ponte di legno che da trent’anni allacciava le due località (ndr in realtà il ponte di legno venne distrutto molti anni prima da una piena del Piave, quello distrutto nel 1917 era in muratura e ferro). Il nuovo ponte fu costruito in poco più di un anno, tra il maggio del 1921 e il luglio del 1922. Composto di quattro travate di di ferro e lungo 210 metri, esso venne inaugurato dal Duca d’Aosta e, in omaggio all’augusto Condottiero ebbe il nome di Emanuele Filiberto di Savoia. Anche sulla linea ferroviaria, transitante sul Piave, si dovettero ristabilire le comunicazioni, e ciò fu fatto dapprima con un ponte in ferro ad unico binario, che venne poi sistemato a binario doppio.

L’aquedotto

Il paese ritrovava così i suoi sbocchi, mentre si lavorava riorganizzare il nucleo urbano in base a un piano regolatore che, tra l’altro, contemplava l’apertura di cinque grandi strade e la formazione d’una piazza davanti alla chiesa, là dove in passato si aggruppavano vecchie e modeste abitazioni. Si diede pur mano a ripristinare l’acquedotto, unico mezzo per il rifornimento dell’acqua potabile, e quindi opera vitalissima per il Comune. L’impianto preesistente, posto presso il fiume da cui prendeva l’acqua per passarla alle vasche di decantazione e di filtraggio e alla cabina di organizzazione, era a un mucchio di rovine; per ciò si dovete ricostruirlo di sana pianta e si dispose poi l’ampliamento della vecchia rete portando a sette chilometri la lunghezza complessiva delle condutture stradali.

La sistemazione è tuttavia provvisoria, essendo già in corso di studio l’opera grandiosa dell’acquedotto del Basso Piave, che dovrà risolvere in modo assai più degno il problema dell’alimentazione idrica per tutta quella plaga, costretta ancora ad accontentarsi di un’acqua non sempre esente da salsedine e da altri sgradevoli sapori.

Il Municipio

Anche il Municipio di San Donà era divenuto alla fine della guerra un incomposto ammasso di macerie, per cui si imponeva la completa ricostruzione. E la nuova opera riuscì tale da non far rimpiangere l’antica. Si eresse, infatti, un edificio dignitosissimo, ricco di fasto plastico in cemento, di sfarzo decorativo di colonne abbinate, balaustre e trabeazioni, arioso ed elegante per la presenza di un portico che ne snellisce la massa architettonica e in pari tempo l’adorna efficacemente.

La superba sede municipale vanta un ampio scalone a tenaglia, con gli scalini di marmo e la ringhiera in ferro battuto, ritorta a volute capricciose, illuminata da una trifora che forma un grandioso elemento ornamentale della facciata posteriore. Pregevolissima è la decorazione in affreschi e stucchi nel salone del Consiglio, ove attira lo sguardo una gran carta geografica – sistemata in ricca cornice – riproducente il campo di battaglia del Basso Piave dal 1917 al 1918: ricordo e monito ai presenti e ai venturi. Mobili e lampadari artistici compongono un adeguato corredo per questa e le altre sale del palazzo, nonché per gli edifici, i quali appaiono tutti quanto mai confortevoli nella loro sobria eleganza.

Si provvide pure a riparare, riattare e ricostruire gli edifici scolastici del Comune che, a vero dire, non avevano neanche prima della guerra alcuna impronta artistica, così che nel campo intellettuale di San Donà è tuttora desto il desiderio di un edificio più contemporaneo alle aspirazioni dell’ambiente.

L’Ospedale

Per la sua stessa ubicazione poco discosta dal centro del Paese, l’ospedale Umberto I di San Donà, ch’era stato eretto nel 1913, fu esposto al tiro diretto delle artiglierie, di guisa che il vasto fabbricato principale, come pur quello del locale d’isolamento, fu interamente distrutto e si dovette, all’immediato dopoguerra, provvedere alla sua radicale ricostruzione. I fabbricati vennero pertanto ricostruiti secondo tutte le esigenze moderne, riforniti di ottimo materiale medico e chirurgico e dotati d’una cappella sacra.

Il Cimitero
Foto originale italiana, non presente nell’articolo

Il cimitero comunale di San Donà di Piave fu pur devastato e sconvolto dalla guerra: lo si riparò nel miglior modo possibile, ma, risultando esso oramai insufficiente, se ne preparò poi un altro, più grande, a qualche distanza dall’abitato. Anche un nuovo macello è venuto a sostituire quello insufficiente dell’anteguerra che fu tra i pochi edifici della città e risparmiati dal furore delle artiglierie: il complesso dei nuovi fabbricati, semplice decoroso e con un perfetto impianto di macchinari, assicura la praticità e rapidità dell’importante servizio.

L’Orfanotrofio

Un’altra opera, di carattere sociale, s’imponeva a lenire lo strazio che la guerra aveva portato nella popolazione distruggendo tante famiglie. V’erano più di cinquecento orfani di tutti due i genitori e trecento  orfani di padre o di madre, e queste cifre, già impressionanti, risultarono poi inferiori alla realtà. Occorreva dunque un Orfanotrofio e si provvide anche a questo. Nel 1921 esso iniziò il suo funzionamento; ampliato poi con le officine, esso rappresenta oggi il primo nobilissimo monumento eretto alla memoria dei prodi che sacrificarono la vita per il loro paese, mentre è in via di attuazione un degno monumento ai Caduti in guerra che riceverà la sua espressione patriottica ed artistica nell’edificio della Casa di Ricovero, ove troveranno posto, sulla severa facciata, le lapidi coi nomi degli Eroi.

Poiché per l’Orfanotrofio si dovette utilizzare un fabbricato incompiuto ch’era destinato ad Asilo, si provvide poi a costruire un Asilo nuovo nel centro del paese, Esso fu costruito nel 1921 e più tardi lo si ingrandì aggiungendovi due ali per le suore, per le scuole, i laboratori e le verande. Fornito di ampi locali, di un cortile per la ricreazione, di un teatrino, in una di una cappellina, esso formicola ora di bambini e di bambine. Nel medesimo ambiente sono sistemati un istituto per l’educazione religiosa delle fanciulle, la scuola di lavoro per le orfanelle, con laboratori di maglieria, di calze, di camicie e di ricamo; la scuola di lavoro per le fanciulle esterne, la cucina economica per i poveri, l’unione missionaria parrocchiale con il suo laboratorio speciale, le scuole elementari private, la biblioteca circolante, il ricreatorio festivo per le ragazze, la scuola di piano e varie altre istituzioni cattoliche femminili, mentre per quelle maschili è sorto un apposito fabbricato al posto della vecchia chiesa provvisoria. E intanto si prepara, su linee grandiose, la l’attuazione in San Donà della benemerita Opera Don Bosco che troverà sede in una serie di edifici ora in corso di costruzione.

Il Consorzio delle Bonifiche

Sulla piazza principale di San Donà – la Piazza Indipendenza – è sorto il Palazzo del Consorzio delle Bonifiche del Piave. Con tale nome i Consorzi Idraulici Uniti, che si propongono la bonifica di 400 chilometri quadrati di terreno, hanno fuse le direttive e le forze costituendo un ente dal quale la complessa opera redentrice dello storico agro di Jesolo ed Eraclea verrà studiata e disciplinata da tecnici di profonda competenza idraulica e da provetti agricoltori.

E’ un’impresa gigantesca, che prosegue nel tempo e nello spazio quella degli avi per riscattare la terra regalando il corso delle acque, e che, iniziata, nella sua nuova impresa, al principio del secolo, aveva già compiuto grandi passi e raggiunto risultati superbi, quando la guerra non solo l’arrestò, ma tutto distrusse, così che ci dovette poi ricostruire, rifare e riparare, per ricomporre il patrimonio dei vetisette stabilimenti idrovori, dei canali e delle strade, delle conche e dei pozzi, dei motori e delle pompe: fatica imponente che onora il paese e la stirpe.

Il palazzo, in cui ha stanza dello Stato maggiore di quella che può considerarsi come una incruenta ma ardua guerra, per redimere le basse valli e le paludi, si presenta nell’autorità di linee d’un tardo Rinascimento italiano, con poche sovrastrutture decorative nel corpo centrale, in tre piani, con sovrastante frontone triangolare, fra larghe pilastrate, e con due ali laterali a semplice finestre architravate. Per tutta la lunghezza dell’edificio si rincorrono quindici archi, in modo da seguire la teoria armonica dei porticati che adornano gli altri edifici sulla piazza, il vasto rettangolo della quale sarà completato con la costruzione del Palazzo del Littorio.

Le banche e gli stabilimenti industriali

Un altro porticato si profila di là per strada maggiore per che pur delimita la piazza medesima:  quello che fornisce elegante base al nuovo palazzo della Banca Mutua Popolare Cooperativa, l’istituto che in mezzo secolo di laboriosa attività, ha tanto contribuito alla prosperità del paese. Ad esso si sono aggiunte nel dopoguerra, in decorose sedi, le succursali della Cassa di Risparmio di Venezia, del Credito Veneto, di Padova, e della Banca Cattolica di Treviso. Si sono pur riattivati gli stabilimenti industriali, a cominciare da quello della Juta, che esisteva da un decennio, dava lavoro a 650 persone ed era guarnito di un poderoso macchinario di cui durante l’invasione una parte andò rovinata ed il resto depredato, per guisa che non fu facile compito la restaurazione. Analoga sorte toccò la Distilleria, i fabbricati e gli impianti della quale andarono distrutti: ricostruita e riattivata, questa industria ha poi saputo espandersi con l’aggiunta di un liquorificio e di un oleificio. Anche la Segheria fu distrutta dalle fondamenta, ma non tardò a rinascere, come tante altre attività dell’operosa cittadina che ora s’accinge ad accogliere nuove imprese industriali, come quella d’uno zuccherificio.

Il Teatro Verdi

Con la reintegrazione delle fonti e degli strumenti del quotidiano lavoro, San Donà si è pur rifornita dei rifugi per l’onesto svago. I sandonatesi furono sempre appassionati per il teatro e, possedendo un piccolo ma grazioso Teatro Sociale, lo resero capace di sostenere la rappresentazione di commedie e di operette, e anche d’opere con la partecipazione di insigni artisti. Distrutto dalla guerra in modo totale, si è preferito lasciarlo nella polvere delle care memorie per dargli un successore del tutto nuovo, che ha preso il nome augurale di Giuseppe Verdi. L’edificio, di stile rinascimento, contiene una sala capace di ospitare mille spettatori. Esso iniziò nel 1921 la sua missione consolatrice, nella quale pur si adoperò, manco a dirlo, il cinematografo, croce e delizia del nostro vertiginoso tempo.

San Donà lavora e ha quindi il pieno diritto di distrarsi un poco, di divertirsi, di ridere, finalmente, dopo aver pianto tanto. Essa deve e vuole obliare nella serenità attuale le sciagure di cui fu vittima e delle quali ogni traccia esteriore è ormai scomparsa nel suo volto, rifatto più fresco e più bello. Chi passa oggi per le lunghe larghe strade luminose, fiancheggiate da gentili case nuove, da palazzi pomposi, da leggiadre ville, da negozi e magazzini colmi d’ogni ben di Dio, più non pensa all’ieri che sembra ormai lontano lontano, ma, nella gaiezza del luogo e del ritmo gagliardo delle sue opere, indovina le più liete promesse del domani.

Villa Guarinoni, immagini vecchie di un secolo

Villa Guarinoni, immagini vecchie di un secolo

Incrociare delle vecchie foto di un album è una pratica semplice, accade o potrebbe accadere ad ogni ora del giorno in una qualsiasi famiglia. Non sempre si riesce a riconoscere le persone ritratte ma sai che in qualche maniera hanno fatto parte della tua storia. A volte può accadere di incrociare foto di un album qualsiasi, di una famiglia qualsiasi e scoprire che comunque fanno parte della tua storia, o più propriamente della storia della tua città. E fu così che attratto da un cognome eccoci a tracciare una storia che ci porta a più di cento anni fa.

La San Donà a cavallo del secolo
Il ponte sul fiume Piave ad inizio secolo

La San Donà della fine Ottocento divenne un punto di riferimento per tutto il mandamento. Le grandi bonifiche avevano ampliato il territorio destinato all’agricoltura e anche le vie di comunicazione avevano avuto un grande sviluppo grazie al collegamento ferroviario con Venezia inaugurato nel 1885 e il successivo prolungamento verso Portogruaro inaugurato l’anno dopo. Anche il nuovo ponte pedonale in ferro che aveva sostituito quello in legno distrutto da una piena del Piave aveva portato grandi benefici alle cittadine poste sulle due sponde. Non fosse per gli argini ancora incompleti che costringeva tutti a fare i conti con le regolari bizze autunnali del fiume, San Donà si era comunque avviata ad uno sviluppo importante. Il nuovo ospedale inaugurato nel 1913 fu il giusto completamento alle tante opere pubbliche cittadine che stavano arricchendo il tessuto urbano sandonatese. Uno sviluppo che ben presto si trovò a fronteggiare le ombre di una guerra che oscurò il futuro e a cui il buio di un anno di occupazione austroungarica in prima linea regalò un’immane distruzione.

I Guarinoni
A inzio secolo un’immagine del Rialto Jesolo

Nella crescita della San Donà a cavallo del Novecento s’inseriscono i protagonisti della nostra storia, la famiglia Guarinoni. Lo spunto è venuto da alcune foto ritrovate facenti parte di uno stesso album. Una in particolare raffigurava la casa dei Guarinoni e, con sorpresa, era in realtà una cartolina viaggiata del 1915 con tante utili informazioni da approfondire.

I Guarinoni erano esponenti dell’alta borghesia sandonatese la stessa che al tempo veniva identificata come quella dei possidenti. Per lo più proprietari terrieri, i possidenti erano appartenenti a quella ristretta cerchia a cui veniva riconosciuto il diritto di voto e con esso la partecipazione alla politica attiva della città. I Guarinoni sin dall’Ottocento li troviamo citati nella storia sandonatese, in particolare il loro nome viene ricordato in due episodi dal Plateo nel suo libro, ripresi poi anche da Monsignor Chimenton. Entrambi i loro libri sono dei testi fondamentali da cui attingere importanti notizie in merito alla storia cittadina. Se il racconto di Plateo si ferma ai primi del novecento quello di Monsignor Chimenton ci permette di arrivare con la sua narrazione ai cinque lustri successivi e grazie al quale possiamo arricchire la parte riguardante i Guarinoni anche del periodo successivo alla grande guerra nel quale Guido Guarinoni ebbe un ruolo fondamentale nella ricostruzione della città.

La fucilazione del Cimetta
Rialto Jesolo (o Spalto Jesolo) visto da via Maggiore

Ambedue gli episodi riportati dal Plateo si riferiscono a quel periodo che vide San Donà inglobata nel Regno Lombardo-Veneto durante l’occupazione austriaca, ovvero dalla caduta di Napoleone sino alla fine della terza guerra di indipendenza (1815-1866). « Molti episodi, che provano il patriottismo della popolazione, si narravano fino a ieri e si ricordano ancora oggi dai vecchi, fra cui l’eroica fine di quell’Antonio Cimetta da Portogruaro, qui residente, trovato in possesso di un vecchio archibugio e sospettato d’italianità, condannato alla fucilazione, dal consiglio di guerra presieduto dal Colonnello Radetzky, figlio del famoso maresciallo. L’esecuzione capitale ebbe luogo qui il 14 gennaio 1849, presso l’argine del Piave, di fronte all’abitazione Guarinoni.

Il Cimetta, circondato da’ suoi carnefici, che lo accompagnavano all’estremo supplizio incitandolo a rivelare i nomi dei cospiratori che si servivano di lui per corrispondere col governo provvisorio di Venezia, approfittò dell’ultimo istante di vita per gettare in aria il berretto e gridare: Viva l’Italia! imitando così Antonio Sciesa, il popolano milanese celebre nella storia per la tipica frase: « tiremm innanz » con la quale rispose alle promesse di aver salva la vita se rivelava i nomi dei compagni di fede.

Una colonna spezzata nel nostro cimitero, collocata sulla fossa che racchiude le ossa del Cimetta, porta la seguente epigrafe:

ANTONIO CIMETTA

MARINAIO DI PORTOGRUARO AGENTE CORAGGIOSO DI QUELLA COSPIRAZIONE CHE HA REDENTA LA PATRIA

A MORTE DA TRIBUNALE AUSTRIACO CONDANNATO SUBIVA INTREPIDO LA FUCILAZIONE IN QUESTO COMUNE

14 GENNAIO 1849

SPIRANDO COL GRIDO  VIVA L’ITALIA

I CITTADINI DI S. DONA’ NEL XXXII ANNIVERSARIO.

Dunque una prima traccia della casa dei Guarinoni la possiamo trovare lungo l’argine, un indizio che in effetti possiamo anche intravedere nella cartolina la cui inquadratura dall’alto ci fa pensare effettivamente potesse essere ai piedi dell’argine.

“Il tricolore sulla residenza municipale “
Il Municipio in una cartolina del 1916

Il secondo episodio è posteriore, siamo già a Regno d’Italia costituito, con l’Austria che aveva perso la Lombardia e aveva trasferito la capitale dei suoi possedimenti a Venezia.

« La notte del 24 giugno 1863, quarto anniversario delle battaglie di S. Martino e Solferino, fu inalberata sul culmine del tetto della residenza municipale, ora uffizi dei consorzi, una bandiera tricolore di seta, regalata dalla signora Giovanna Guarinoni, nota per i suoi sentimenti patriottici. All’alba del dì seguente il vessillo sventolò superbo fin tanto che la polizia, scompigliata da tanta baldanza, non riuscì ad impadronirsi del corpo del reato, sul quale s’imbastì analogo processo politico.

Questa dimostrazione ardita, ispirata da alcuni signori del paese, ebbe per intrepidi e avveduti esecutori Giuseppe Mucelli, Giuseppe Baradel e Leopoldo Zaramella, tre distinti operai, tre buoni cittadini, tre ottimi patrioti, i due primi già appartenenti ai volontari del patrio riscatto, e il terzo arruolatosi nel 1866.

Il vessillo incriminato venne dal Pretore custodito nel luogo più sicuro dell’ufficio, ossia nel cassetto della propria scrivania. Nell’ottobre dello stesso anno il Mucelli e lo Zaramella, ai quali si associò Antonio Battistella, tre falegnami decisi di riavere la bandiera, resa sacra dalla persecuzione austriaca, approfittando di una notte in cui imperversava il temporale, con un vento infuriato e con abbondanti scariche di tuoni, penetrarono nell’ufficio pretoriale, ora caserma delle Guardie di Finanza, e scassinate porte e cassetti poterono prendere la bandiera tanto desiderata e uscire inavvertiti.

L’ardua impresa destò in paese grande rumore per il fatto che non furono toccati i denari dei depositi e gli oggetti di valore che si trovavano accanto alla bandiera, e gli autori della sottrazione di questa non lasciarono tracce del loro passaggio. Tuttavia le perquisizioni domiciliari si estesero a molte persone sospette di sentimenti patriottici, ma senza esito, perché la bandiera, bene piegata, poté dal Mucelli venir nascosta nel vuoto invisibile praticato ingegnosamente, in un tagliere di legno, che rimase appeso in cucina insieme a vari altri, e sfuggire così all’occhio vigile della polizia. »

Dopo questa seconda citazione che testimonia dei sentimenti italiani dei Guarinoni di quel tempo torniamo alle vicende famigliari che da quella cartolina abbiamo iniziato a dipanare. Non abbiamo trovato traccia della signora Giovanna citata dal Plateo, sarebbero state necessarie ulteriori ricerche, di certo era collegata allo stesso ramo famigliare da cui siamo partiti per andare indietro nel tempo. Perché il reale protagonista dei Guarinoni a cui quella cartolina si lega è Guido Guarinoni, sindaco di San Donà di Piave dal 1920 al 1923.

I contorni della storia albergano tra i rami dei legami famigliari
L’estratto dell’atto di matrimonio tra Guido Guarinoni e Maria Velluti (1896)

I Guarinoni in quel secolo Ottocento erano una famiglia di possidenti ben in vista a San Donà. Tra l’altro in alcuni loro locali in disuso in via Jesolo mossero i primi passi gli appassionati di teatro sandonatesi con tanto di rappresentazioni. Il nonno di Guido era Giovanni Battista mentre la nonna era Bressanin Maddalena. Anche quest’ultima appartenente ad una famiglia il cui cognome non era sconosciuto tra i possidenti di San Donà. Del resto, anche nelle successive generazioni non mutò l’appartenenza. Il padre di Guido era coetaneo di Giovanna Guarinoni citata da Plateo, Luigi Guarinoni sposò giovanissimo Bortoluzzi Teresa, una possidente di Noventa. Tra i registri di San Donà si riescono a rintracciare diversi fratelli e sorelle di Guido. Il padre morì nel 1881, i figli erano ancora giovani e poco dopo morì anche il primogenito Ugo Antonio. La sorella Alda Maria si sposò con l’ing, Radaelli di Venezia, un legame con la città lagunare che sarà importante per la famiglia i cui interessi anche professionali s’intrecciarono particolarmente con Venezia. Anche Guido divenne ingegnere e conobbe il collega Francesco Velluti di Dolo, di lì a poco ne sposò nel 1896 la sorella diciottenne Maria Velluti. I componenti della famiglia Velluti erano dei possidenti di Dolo i cui genitori erano morti pochi anni prima.  I due novelli sposi andarono a vivere nella casa di famiglia a San Donà di Piave in Rialto Jesolo, 141.  In quella stessa casa viveva anche il fratello Amedeo Guarinoni che nel 1898 aveva sposato Clorinda Crico, figlia del medico di Musile, il dottor Giacomo Crico. Sia Guido che Amedeo ebbero una figlia, nel 1897 Maria Velludi diede alla luce Teresina, mentre Clorinda Crico ebbe nel 1899 Teresa. Entrambi i nomi prendevano spunto come era d’uso un tempo da una nonna, in questo caso quella paterna.

Una immagine di Villa Guarinoni del 1915 (foto di A. Cadamuro)
La cartolina della storia
Un dettaglio dell’immagine di villa Guarinoni, in posa la famiglia del futuro sindaco di San Donà di Piave

E qui la nostra storia torna ad agganciarsi a quella famosa cartolina, quella casa vista dall’alto potrebbe proprio essere stata in Rialto Jesolo, il fotografo Antonio Cadamuro potrebbe averla ripresa dall’argine e cosa ancor più ammirevole in quel giardino posto sul retro della casa si nota l’ing. Guido Guarinoni, all’epoca già consigliere comunale, con parte della famiglia allargata che in quella abitazione viveva. Alla figlia di Guido Guarinoni Teresina veniva inviata la cartolina nel 1915, era firmata da una non meglio identificata Rita e la destinazione era Dolo dove la ragazza si trovava assieme alla madre in quel dicembre. L’Italia era già in guerra, San Donà era percorsa dalle truppe che si muovevano verso il fronte e si iniziava a cercare un posto meno esposto, e di sicuro i possedimenti di famiglia a Dolo lo erano. Qualche anno prima la zia Clorinda Crico rimasta vedova nel 1902, si era sposata con il cognato Radaelli Onofrio, rimasto anch’egli vedovo prematuramente di Alda Maria, sorella del marito di Clorinda. L’ombra lunga della guerra arrivò su San Donà nel 1917, la famiglia Guarinoni nel frattempo aveva trovato riparo a Venezia. La casa di famiglia subì dure conseguenze dal conflitto mondiale trovandosi sulla linea del fronte lungo l’argine del Piave. In una seconda fotografia presente nell’album la si ritrova ridotta in macerie, in quel Rialto Jesolo colpito ripetutamente dall’artiglieria italiana nella San Donà dove le truppe austriache vennero fermate dalla resistenza italiana attestata oltre il Piave. La famiglia Guarinoni mantenne la residenza a Venezia anche successivamente, tanto che nonostante Guido Guarinoni nel 1920 fosse divenuto sindaco di San Donà di Piave i successivi matrimoni in quei primi anni venti di Teresa e Teresina celebrati a Venezia negli atti i genitori risultano ancora residenti a Venezia.


Villa ridotta in macerie dopo la prima guerra mondiale

Racconto diviso in due parti: 1. Villa Guarinoni, immagini vecchie di un secolo – 2. Guido Guarinoni Sindaco di San Donà di Piave

Per approfondimenti: 1. « Il territorio di S. Donà nell’agro d’Eraclea » (1905) di Teodegisillo Plateo; 2. « S. Donà di Piave e le Succursali di Chiesanuova e di Passarella » (1928) di Mons. Costante Chimenton.

Quell’angolo del Duomo nel 1932

Quell’angolo del Duomo nel 1932

Il timbro della cartolina del 1932

Quelle storie sospese che s’incrociano nelle cartoline hanno un nuovo capitolo. Non tanto per lo scritto questa volta ma per i protagonisti della storia. Di sfuggita avevo intravisto solo l’immagine, sembrava quasi il classico soggetto religioso che talvolta s’incrocia in talune cartoline. A guardarla bene aveva un qualcosa di famigliare, un già visto che poteva avere un nesso passato ma non certezza. Ed invece una volta arrivatami in mano ecco scoprirne anche la didascalia. Il velo subito è sceso e il nesso sandonatese è stato subito scoperto, quel granello di ricordo è divenuto montagna. L’approfondimento poteva iniziare.

La cappella del Duomo di San Donà di Piave
Il fronte della cartolina viaggiata del 1932, con l’altare della Cappella del Duomo di San Donà

L’immagine è della fine degli anni venti, ovvero di quel periodo nel quale anche il nuovo Duomo sandonatese conobbe la sua completa ricostruzione dopo la grande guerra. La stessa immagine la si trova nel libro di Monsignor Chimenton “S. Donà di Piave e le Succursali di Chiesanuova e di Passarella” (1928). E’ uno scatto del fotografo sandonatese Batacchi, molte le sue immagini della città contenute nel libro del Chimenton e ancor più numerose quelle divenute cartoline in quegli anni. Il soggetto ritratto in questa immagine è l’altare dedicato San Vincenzo Ferreri presente nella Cappella della Fonte Battesimale nel Duomo di San Donà di Piave, la prima cappella alla destra dell’altare principale. Offerto alla parrocchia dal cav. Dott. Vincenzo Janna, sopra l’altare campeggia una pala dipinta dal pittore Cherubini incastonata in un mobile fatto dall’intagliatore Papa su disegno dell’architetto Torres.

Così descriveva Monsignor Chimenton la pala dedicata a San Vincenzo Ferreri: « La Madonna delle Grazie campeggia in posto d’onore, su quella tela, seduta su di un ricco trono, come una matrona; fra le sue braccia sostiene il Bambino. Riccamente vestita, in un atteggiamento dolce e delicato, unitamente con il suo Figliuolo Divino volge il suo sguardo verso i Santi che stanno ai piedi del suo trono, e verso i fedeli che presentano le loro venerazioni: sembra ripetere che la sorgente della sua grandezza e dei suoi trionfi è nella Divina Maternità. Dietro il trono della Vergine, sullo sfondo che si allunga come in una visione di panorama, si scorge il nuovo tempio di S. Donà di Piave, ultimato in tutte le sue parti, anche nel suo nuovo pronao, e il campanile ».

Una fotografia odierna della pala dedicata a San Vincenzo Ferrer

« Ai piedi del trono della Vergine stanno i Santi patroni della cittadina, che ricordano la diocesi di Treviso e la vecchia Gastaldia di S. Donà: S. Liberale, che regge lo stendardo del Comune di Treviso, è in atteggiamento di perfetto guerriero, dalla divisa romana, e la corazza sul petto; tiene la sua fronte rivolta alla Vergine; con le mani congiunte sembra impetrare da Maria nuove grazie per la diocesi di cui è patrono, come ne ottenne per la stessa durante la guerra; San Vincenzo Ferreri, nel suo abito domenicano, la più bella fiugura, forse, del quadro, che additando con la mano sinistra la Vergine, la mano destra poggiata sul petto, ricorda in parte almeno, il programma della sua predicazione; S. Donato Vescovo sostiene nella sua destra il pastorale e nella sinistra il libro del Vangelo: è la figura solenne del patrono della Gastaldia; S. Marco evangelista, austera figura di pensatore e d’inspirato, che, la fronte leggermente sollevata, l’occhio raccolto come di chi medita su quanto sta compiendo, o meglio su verità che devono formare la base della nuova fede, scrive il suo Vangelo: seduto su d’un masso, ha presso di sé il fulvo leone, simbolo della gloriosa repubblica di Venezia ».

Una cartolina sorprendentemente rara che non ricordo di aver mai incrociato e che potrebbe essere parte anche di una serie di cartoline.

Nella mappa del Duomo l’esatta ubicazione dell’altare nella cappella della Fonte Battesimale
La tipografia S.P.E.S. San Donà di Piave
La tipografia S.P.E.S. con vista Duomo

Anche il retro porta una sorpresa relativa alla stampa della cartolina. A editare e stampare la stessa è la S.P.E.S. di Evaristo Da Villa che delle cartoline poi farà una missione con una sterminata varietà nei decenni successivi anche se la tipografia sandonatese non la si trova più stampigliata sul retro. Riguardo alla S.P.E.S. ci viene in soccorso ancora Monsignor Chimenton che di questa tipografia scrive « La tipografia Spes sorse dopo la guerra. Iniziò il suo lavoro in casa Gnes, in viale Margherita. Nel 1926 si trasportò in un locale più ampio, più adatto, in via Giannino Ancillotto, presso il nuovo teatro Verdi. Ne è proprietario Evaristo Da Villa, la direzione tecnica è affidata al signor Guido Zottino.

Quel destinatario depositario di una storia
Il destinatario della cartolina del 1932

La cartolina è  del 1932 e venne inviata a Roma presso l’Ospizio Salesiano del Sacro Cuore dove risiedeva il chierico Luigi Ferrari. Questi altri non era che uno dei tre salesiani che nel 1928 arrivarono a San Donà di Piave per partecipare alla fondazione dell’Oratorio Don Bosco, all’epoca già in costruzione. Oltre al chierico, vi erano il direttore don Riccardo Giovannetto e il coadiutore Mauro Picchioni. I tre legarono la loro permanenza sandonatese non solo in ottica costruzione dell’Oratorio ma prestarono la loro opera anche all’Orfanotrofio fondato subito dopo la conclusione della prima guerra mondiale.

L’arrivo dei salesiani a San Donà di Piave
Bollettino Salesiano nr. 11 novembre 1928

Una descrizione molto significativa dell’arrivo dei tre salesiani a San Donà di Piave è contenuta nel Bollettino Salesiano nr. 11 del novembre 1928 (pag. 7):  « Il 24 settembre, giorno in cui il popolo di S. Donà di Piave celebrava la festa in onore della Madonna del Colèra, i Salesiani fecero ingresso in città per dar principio al loro apostolato tra la gioventù. L’accoglienza che il buon popolo fece ai nostri confratelli, fu la più entusiastica che si possa immaginare.  Alla stazione erano ad attenderli l’Arciprete Mons. Luigi Saretta, che tanto si adoperò per avere in S. Donà i Figli di Don Bosco, e con lui erano la Contessa Corinna Ancilotto, benemerita Presidente dell’Orfanotrofio, Donna Amelia Fabris e Donna Maria Bortolotto del Comitato d’onore; le signore Perin, Bastianetto e Bagnolo del gruppo Donne Cattoliche; il Cav. Magg. Peruzzo, il cav. Marco Bastianetto, l’ing. Ennio Contri, il geom. Attilio Rizzo, i sig. Giuseppe Bizzarro, Alberto Battistella, Umberto Roma ed altri di cui ci sfugge il nome, per il Comitato esecutivo pro Oratori e per gli Uomini Cattolici. Dopo un breve saluto e colloquio nella sala d’aspetto, gentilmente concessa dal Capo Stazione, li attendeva una immensa folla che li accolse con evviva ed esclamazioni mentre i fanciulli eseguivano con l’accompagnamento della Banda locale, apposito inno composto dal Rev.mo Arciprete. »

In corteo verso il sentro cittadino. « S’iniziò il corteo aperto dai bambini dell’Orfanotrofio, dai Fanciulli della Dottrina, dagli Aspiranti al Circolo, dal Circolo Giovanile, e dietro agli Uomini Cattolici, venivano i Salesiani circondati dal Clero locale, dal Comitato Esecutivo dell’Oratorio e dalle Autorità. Seguiva una folla immensa di signore, di donne del popolo, di giovanette del Circolo, di Piccole Italiane, e in coda per adesione in segno di onore, una interminabile fila di automobili delle principali Famiglie del paese. Il corteo imponente si diresse al Duomo fra una festa di sole, di canti, di suoni, uno sventolio di bandiere e due ali di popolo reverente e festante. Da tutte le case su tutti gli alberi erano scritte inneggianti ai Salesiani. Giunti in Piazza del Duomo il corteo si fermò su l’atrio ove, accompagnato dalla Banda fu di nuovo eseguito l’inno da migliaia di voci.

In una immagine fatta all’Orfanotrofio in quegli anni, sono presenti i tre salesiani. Nella foto si riconoscono tra gli altri: il primo seduto a sinistra MAURO PICCHIONI, il chierico P. Pretz, MONSIGNOR LUIGI SARETTA, don RICCARDO GIOVANNETTO, il sig. G. Rocco. In alto in veste nera, uno dei protagonisti di questa nostra storia il chierico LUIGI FERRARI

Il saluto in Duomo.  Entrati nella Chiesa affollata di popolo, i Salesiani ricevettero il saluto da mons. Vescovo di Treviso. Mons. Longhin ricordò la lunga attesa, le preghiere, le suppliche dell’Arciprete e prendendo lo spunto dall’immensa moltitudine presente fece rilevare come tutto il popolo avesse desiderata ed attesa la venuta dei Salesiani. In nome di tutti e in nome proprio, Egli si disse lieto di salutarli: Benedicti! Sicuro che traendo lo spirito e gli auspici del grande Educatore don Bosco, essi avrebbero compiuta opera feconda di bene nella vasta Parrocchia. Si augurò di veder presto sugli Altari il Fondatore della Famiglia Salesiana, lieto di tornare a S. Donà per celebrare le virtù e le glorie di Giovanni Bosco.

La processione in onore della Madonna del Colera del 24 novembre 1928 tratta da Inoratorio

Dopo la Messa solenne celebrata da mons. Valentino Bernardi con assistenza di S. E. Mons. Vescovo e di numeroso Clero, i Salesiani furono accompagnati in Canonica dove ricevettero l’omaggio del l’ill.mo sig. Podestà Dr. Costante Bortolotto e dei due vice podestà sig. Giuseppe Fornasari e sig. Giuseppe Davanzo.

Sul mezzogiorno Autorità e Clero in bella armonia di gioia e di festa, si raccolsero in Canonica a banchetto insieme con mons. Vescovo e i Padri Salesiani. Al levar delle mense brindarono, acclamatissimi l’Arciprete e il Podestà. Rispose il Rev.mo Ispettore Don Festini ringraziando commosso.

La processione pomeridiana.    Nel pomeriggio si svolse la tradizionale interminabile Processione sigillata da un ispirato discorso di monsignor Vescovo. Tal festa rimarrà in benedizione ed in memoria nel cuore di tutti i Sandonatesi. »

Questa la relazione pubblicata dall’ottimo AVVENIRE D’ITALIA del 29 settembre . « Sentiamo il dovere di esprimere a Mons . Longhin, al R .mo Sig. Arciprete, alle Autorità e a tutte le egregie persone che ebbero parte attiva in questa dimostrazione, la nostra riconoscenza. Particolarmente a Mons. Saretta, che volle con un bellissimo Numero Unico intitolato : I Salesiani a S . Donà di Piave far conoscere alla buona popolazione l’opera di D. Bosco e l’apostolato dei suoi figli. Nella lettera con cui annunziava la venuta dei Salesiani, diceva ai suoi parrocchiani : Fin dal primo istante i Salesiani devono sentire la simpatia, la benevolenza, il cuore di S. Donà di Piave. Li accompagneremo all’Altare, per sciogliere l’inno della riconoscenza e per invocare la benedizione del Signore sopra di loro e sopra i nostri figli». I salesiani hanno sentito ciò nell’accoglienza del 24 settembre e sperano che la benedizione del Signore e la benevolenza del popolo sandonatese li aiuteranno a esplicare con frutto la propria missione. »

E come d’incanto anche il mittente è d’eccezione

Ricca la storia contenuta in questa cartolina, da ogni parte la si guardi offre spunti di approfondimento. Manca solo di conoscere chi abbia scritto al chierico Luigi Ferrari in quel 1932. Come la ciliegina sulla torta è da sempre considerata l’ultima preziosità ivi depositata, anche il mittente è la giusta conclusione di questa nostra storia. Lo scritto è breve quasi una stringata risposta ad una precedente missiva. “Anch’io….ricordando” è l’unica frase inserita, accompagnata dalla firma: Luigi Saretta, ovvero l’arciprete di San Donà di Piave.

Le poche parole scritte da Monsignor Saretta.

Per approfondimenti: 1. « S. Donà di Piave e le Succursali di Chiesanuova e di Passarella » (1928) di Mons. Costante Chimenton; 2. « Storia cristiana di un popolo – San Donà di Piave » (1994, De Bastiani Editore) di Domenico Savio Teker; 3. « Ancora un giro in giostra » (2006, Tipolitografia Colorama) di Wally Perissinotto; 4. « Cent’anni di carità » (2021, Digipress Book) a cura di Marco Franzoi; 5. le pagine dei siti Inoratorio.it e Duomosandona.it

Il sacrificio dei legionari cechi sul fronte del Piave

I cinque legionari cechi giustiziati il 19 giugno 1918 a Calvecchia, presso casa Davanzo vicino alla scuola (foto originale)

Una delle tante Storie che si sono intrecciate con le vicende della Grande Guerra è stata indubbiamente quella incentrata sui legionari cecoslovacchi. Alcune di quelle strazianti vicende sono accadute nelle nostre terre, flagellate esse stesse dal loro essere prima linea nel conflitto mondiale.

L’impero diviso

Quell’insieme di popoli rappresentato dall’impero austroungarico si presentò sullo scenario della prima guerra mondiale tutt’altro che unito. Molte erano le spinte indipendentiste al suo interno che nemmeno la crudezza della guerra seppe nascondere, tra queste anche quelle nelle regioni della Boemia e della Slovacchia. Durante la guerra si formò un governo in esilio che cercò una sponda negli stati dell’Intesa allo scopo in un futuro prossimo di ottenere il riconoscimento di un nuovo stato con capitale Praga. Tra le varie iniziative ci fu quella di costituire un gruppo di legionari che dopo la rotta di Caporetto venne inquadrato nell’esercito italiano. Per la gran parte formato da ex prigionieri dell’esercito austro-ungarico costituirono il I° battaglione del 33° reggimento, a comando italiano già nel maggio del 1918 parte di esso venne dislocato sul fronte del Piave. Chiaramente costoro venivano considerati dei traditori dal comando austroungarico e il loro ruolo avrebbe dovuto essere di solo supporto alle truppe italiane. Nonostante l’accordo di un loro immediato ritiro in caso di combattimento gli eventi portarono a tutt’altro e a metà del giugno 1918 l’intero battaglione era schierato tra Casa Fasan e Fossa delle Millepertiche.

I cinque legionari giustiziati a Calvecchia

Racconta Eugenio Bucciol nel suo libro che l’offensiva austriaca del 15 giugno 1918 colse il battaglione dei legionari schierato accanto agli italiani e contrariamente agli accordi presi questi non vennero ritirati ma parteciparono attivamente ai combattimenti e alle controffensive di quei giorni. Costretti al ripiegamento assieme alle truppe italiane, nel pomeriggio  del 17 giugno venne ordinata la controffensiva e i legionari si trovarono a fronteggiare la 10ª divisione austroungarica costituita principalmente da soldati cechi come loro. Al termine della battaglia i legionari avevano catturato duecento prigionieri e otto mitragliatrici; otto di loro erano morti, sessantatrè feriti o dispersi. « …Sei dei legionari dichiarati dispersi erano caduti nelle mani dei loro connazionali della 10ª divisione, comandata dal generale polacco Gologòrsky, con sede a Ceggia. Essi erano:

Antonín Kahler (2)

Hynek Horák, nato il 25 marzo 1899 a Bohdane (Boemia), fatto prigioniero dagli italiani il 2 agosto 1917 a Hermada. Contadino, sposato, due figli.

Antonín Kahler, nato il 6 giugno 1883 a Praga. Caduto prigioniero degli italiani sull’Isonzo il 15 settembre 1917. Orefice, sposato, una figlia.

Emanuel Kubeš (2)

Jozef Kříž, nato il 31 maggio 1888 a Šebanovice (Boemia), fatto prigioniero dagli italiani il 9 ottobre 1916 presso Jamiano. Scalpellino, sposato, un figlio.

Emanuel Kubeš, mato l’8 agosto 1880 a Praga, arresosi agli italiani il 7 agosto 1916 sul Monte Sabotino. Imbianchino, sposato, due figli.

František Viktora, nato il 24 dicembre 1875 a Purkarec (Boemia), caduto prigioniero degli italiani il 5 maggio 1917 a Jamiano. Macchinista, celibe.

František Viktora (2)

Una ferita alla coscia con frattura del femore salvò la vita del sesto legionario catturato, Antonin Vokřínek. Nel lazzaretto di San Stino fu interrogato, ma ottenne il rinvio del processo. Trasferito a Udine, alla fine di ottobre era già tornato a casa in convalescenza. Pochi giorni dopo cessava per lui, con la guerra perduta, ogni presupposto di colpa.

Il 18 giugno i cinque legionari furono processati dal tribunale della 10ª divisione. Condannati a morte per alto tradimento, vennero impiccati alle ore 14 del giorno seguente, tra gli insulti del capitano di cavalleria Maier che comandava l’esecuzione, agli ippocastani davanti alla scuola, presso l’agenzia Giustiniani, con il privilegio di avere ciascuno una pianta per sé. Alla sera furono sepolti nel vicino vigneto. » Sulla sepoltura la versione di Bucciol differisce da quella di Mons. Chimenton secondo cui i cinque legionari rimasero appesi agli ippocastani per due giorni.

Un sesto legionario giustiziato a Calvecchia

Continua Eugenio Bucciol:  « Il 21 giugno 1918 fu giustiziato a Calvecchia, nella campagna di San Donà di Piave, sulla strada per Ceggia, il legionario Bedřích Havlena, nato a Nova Lbota (Boemia) il 18 maggio 1888, impiegato delle imposte, celibe, catturato dagli italiani a San Michele del Carso il 28 novembre 1915.

La targa posta a Calvecchia in ricordo del legionario Bedřích Havlena (2)

Nell’offensiva del Solstizio si era arreso ai cechi del 98°, il suo reggimento di provenienza. L’avevano condotto a Calvecchia, nella fattoria Bertolotti, detta, in virtù dell’intonaco, “la Casa rossa”, sede del comando della 10ª divisione cui subentrò, all’arrivo del legionario, quello della 46ª che lo prese in consegna nella stalla.

Condannato a morte, si dovette attendere che inchiodassero un legno al palo del telegrafo davanti alla “Casa rossa” per ricavare il braccio della forca. Alle 11.30 il legionario si diresse con passo sicuro verso il luogo dell’esecuzione. Aveva ottenuto che gli slegassero le mani. Accanto all’improvvisato patibolo, anticipò gli esecutori aggrappandosi con una mano alla traversa e infilandosi con l’altra il capestro; ma il sostegno cedette al suo peso. Lo ricondussero nella stalla. La consuetudine voleva che fosse graziato e in tal senso si pronunciò il comando interpellato. Ma il presidente del tribunale, il capitano Von Fröhlich, insistette affinché l’operazione venisse ripetuta. Alle 14.30 il legionario fu fatto uscire nuovamente dalla stalla dove aveva scritto una cartolina ai famigliari. Accanto al palo si aggrappò ancora al sostegno che resistette. Parendogli tuttavia troppo basso, pregò che sterrassero il suolo. Lo accontentarono. Alla base del palo fu posta una cassetta-. Bedřích Havlena vi salì sopra per infilarsi il cappio. Un militare diede un calcio alla cassetta. Lo tolsero alle 19 per seppellirlo nel campo davanti al palo telegrafico. »

Furono tristi giorni per i legionari cechi catturati dagli austroungarici, lungo tutto il fronte ripetute furono .le esecuzioni ai danni dei legionari catturati. Complessivamente alla fine della guerra saranno 46 i legionari giustiziati dagli austroungarici, 8 dagli italiani e 2 giustiziati in Slovacchia.

I tre legionari cechi giustiziati il 18 giugno 1918 ad Oderzo (foto originale)

I cinque legionari di Calvecchia nel ricordo di Mons. Chimenton

″ Le forche ufficiali, le più speciose, funzionarono di fronte alle scuole di Calvecchia, sui cinque ippocastani prospicienti quell’edificio scolastico.

Su questi ippocastani furono giustiziati i czeco slovacchi. Fatti prigionieri sul fronte italiano del Carso, incorporati nel nostro esercito, presero parte alla battaglia del giugno in località di Fossalta di Piave e caddero prigionieri degli Austriaci : giudicati dal tribunale di guerra con una procedura sommaria, dichiarati traditori, furono trascinati attraverso Noventa e San Donà fino a Calvecchia e immediatamente giustiziati. Ferveva sul Piave la grande battaglia : essi rimasero appesi alle corde di quei cinque ippocastani per due giorni interi : le truppe austriache che movevano all’assalto lessero così in quelle vittime la loro sentenza. Le salme furono gettate confusamente nell’orto della famiglia Carlo Carpenè, in proprietà di Federico Colosso, e vi rimasero fin dopo l’armistizio quando, come già accennammo, furono esumate e sepolte nel cimitero militare di San Donà. Su molte di quelle salme penzolanti fu posta in un cartellino a stampa, questa dicitura : Così si puniscono i traditori della Patria!.

Sulla parete di quella scuola, prospiciente la strada, di fonte agli ippocastani, dopo l’armistizio fu posta una lapide su cui furono incise queste parole, dettate in cattiva lingua italiana da qualche prigioniero di guerra: « Qui morirono per la patria 5 legionari – Czeco slovacchi, – combattendo in Italia – per la libertà del popolo – dalla vendetta l’Austria gli impiccava – 18 giugno 1918 »

Nel 1921 l’esumazione dei legionari caduti

Nel 1921 le salme dei legionari cechi furono trasportate in patria. Così lo racconta Monsignor Chimenton nel capitolo dedicato al cimitero militare di San Donà attiguo a quello comunale:  « In questo cimitero erano state deposte anche le salme dei vari soldati czeco slovacchi, che, caduti prigionieri degli Austriaci, durante la battaglia del giugno 1918, furono impiccati dinanzi le scuole di Calvecchia. Le salme furono esumate e trasportate a Praga il 2 aprile 1921. – Il loro riconoscimento fu semplicissimo. Dal cimitero degli impiccati di Calvecchia le salme erano state trasportate nel cimitero comunale subito dopo l’armistizio : occupavano la prima fila nord; nella traslazione le salme esumate e avvolte separatamente in una tela da campo erano state rinchiuse in apposite casse funebri. L’autorità boema volle accertarsi dell’autenticità di quelle salme : esumate le casse e aperte, le salme apparvero scheletrite ; ma le loro braccia erano ancora legate dietro la schiena, con il filo telefonico usato dall’Austria in simili esecuzioni, e attorno al collo le vittime portavano ancora un nodo scorsoio e un pezzo di fune che aveva servito alla loro esecuzione capitale. L’autenticità apparve evidente : rinchiuse in doppia cassa quelle salme furono composte nuovamente e trasportate in Boemia. »

Il 24 aprile 1921 in occasione della traslazione dei legionari giustiziati in Italia, ebbe luogo una grande cerimonia e ad essi furono tributati i più grandi onori militari in una grande cornice di popolo. Furono poi tumulati nel cimitero Olsany di Praga (2)

La terra sandonatese a ricordo del sacrificio dei legionari

Nel 1924, come racconta Chiara Polita, un’Associazione cecoslovacca per le onoranze ai caduti in guerra volendo ricordare in occasione dell’inaugurazione di un nuovo cimitero i propri legionari caduti sul fronte italiano inviò una richiesta particolare al Comune di San Donà di Piave. Desiderava avere della terra dei campi di battaglia italiani da inserire in una nicchia. Venne dato l’assenso da parte del Comune e di quel prelievo è rimasta traccia in un verbale. Il solenne prelievo venne effettuato dal Sindaco Costante Bortolotto assieme al sig. Antonio Bincoletto, dell’Associazione Mutilati e Invalidi di guerra, al rag. Ippolito Gianasso, della sezione sandonatese dell’Associazione Nazionale ex combattenti, e al segretario comunale Livio Fabris. Il prelievo venne effettuato l’11 giugno 1924: « …in territorio di questo Comune e precisamente sulla riva destra del Piave in prossimità del ponte distrutto durante la guerra mondiale 1915-1918 e nella zona delle ex trincee interrate ». Posta in un doppio sacchetto con i sigilli del Comune e i colori nazionali quella terra venne inviata al Console cecoslovacco a Trieste.

Fonti: Approfondimenti sulle vicende dei legionari cechi sul fronte del Piave è possibile trovarli in questi testi: 1. « S. Donà di Piave e le succursali di Chiesanuova e Passarella » di Mons. Costante Chimenton (1928); 2. « Dalla Moldava al Piave – I legionari cecosclovacchi sul fronte italiano nella Grande Guerra » di Eugenio Bucciol (Ed. Nuova dimensione, 1998); 3. « Di qua e al di là del Piave – La grande guerra degli ultimi » di Chiara Polita (Mazzanti Libri, 2015)

Tipografia G.B. Bianchi, San Donà di Piave

« Giovanni Battista Bianchi, tipografo ». Recitava così l’intestazione di una fattura del 1888 di una ditta di San Donà di Piave, ma forse sarebbe più appropriato dire di Oderzo che a San Donà ha sempre avuto un suo negozio di cancelleria e legatoria annessa alla propria attività tipografica, con un occhio di riguardo a tutti gli articoli dedicati alla scuola. Un’attività molto importante in una San Donà che all’epoca era in continua espansione. Narra Monsignor Chimenton che questa ditta iniziò la sua attività addirittura negli anni trenta del secolo ottocento.

Il manifesto della Fiera del Rosario del 1879, stampato ad Oderzo dalla Ditta Giovanni Battista Bianchi (1)
La stampa dei manifesti delle Fiere di San Donà

La dicitura della tipografia Giovanni Battista Bianchi la si può ben notare in molte stampe d’epoca che sono giunte a noi  come possono essere i manifesti della Fiera del Rosario che annualmente si teneva a San Donà di Piave  nel primo lunedì di ottobre o quelli della Fiera Equina che si teneva nel terzo lunedì di maggio, manifesti tutti ottimamente conservati nel «Museo della Bonifica» di San Donà di Piave. I manifesti venivano inizialmente stampati nella tipografia di Oderzo mentre successivamente furono stampati anche in quella di San Donà. L’attività tipografica si rivolgeva alla cittadinanza ma aveva anche nell’amministrazione comunale un interlocutore importante tanto che la tipografia Bianchi stampava i vari registri comunali oltre a numerose altre pubblicazioni come il “Regolamento d’interna amministrazione del comune di San Donà di Piave”, un volumetto di cinquanta pagine edito nel 1879.

La prima pagina del Registro degli atti di nascita del Comune di San Donà di Piave del 1892
Le cartoline

Alla pari di molte altre pubblicazioni non potevano mancare tra gli articoli editi dalla Tipografia Giovanni Battista Bianchi alcune cartoline di inizio novecento dedicate a San Donà e dintorni. Tutte particolarmente belle che s’inserivano sulla scia delle cartoline di San Donà edite dal trevigiano Umberto Fini con le caratteristiche scritte rosse e delle immagini dove accanto agli edifici oggetto della cartolina vi erano delle persone in posa a dar testimonianza del periodo.

Cartolina viaggiata di inizio secolo di San Donà di Piave con la Palazzina Antonio Trentin
Cartolai, Librai e Tipografi a San Donà di Piave
Il manifesto della Fiera Equina del 1897 stampato a San Donà dalla ditta Giovanni Battista Bianchi (2)

La tipografia di Giovanni Battista Bianchi arrivò negli anni trenta dell’ottocento a San Donà di Piave, fu tra i precursori tra i mestieri legati alla carta in città, poi altri vi si affiancarono come si può desumere dagli Annuari d’Italia dove venivano elencate le varie attività commerciali presenti nelle città. La stessa Tipografia Bianchi in seguito pur mantenendo la stessa denominazione fu gestita dalla famiglia opitergina dei Maschietto. In particolare l’attività a San Donà di Piave venne curata da Alessandro Maschietto qui trasferito e abitante in via Maggiore, lo stesso morì nel 1898 all’età di cinquant’anni. Gli eredi ne proseguirono l’attività e nonostante il terribile periodo legato alla prima guerra mondiale nel quale tutto venne distrutto, la famiglia Maschietto come anche la denominazione Tipografia G.B. Bianchi la ritroviamo negli anni a seguire. Viene infatti citata nel 1928 nel libro di Monsignor Chimenton e la ritroviamo anche nell’Annuario del 1935, ovvero cento anni dopo il periodo nel quale Monsignor Chimenton ne data l’inizio dell’attività a San Donà di Piave.

Dagli Annuari d’Italia anni 1889, 1892, 1896, 1899, 1900, 1915, 1935

Nel 1889 – Cartolai e Librai: Bianchi Giovanni Battista, Trentin Giuseppe; Tipografi: Bianchi Giovanni Battista. A Oderzo: Librai e Tipografi: Bianchi Giovanni Battista

Nel 1892 – Cartolai: Bianchi Giovanni Battista, Rossi Luigi, Trentin Giuseppe; Librai: Bianchi Giovanni Battista, Trentin Giuseppe; Tipografi: Bianchi Giovanni Battista. A Oderzo: Legatori: Maschietto Eugenio; Librai e Tipografi: Bianchi Giovanni Battista.

Nel 1896 – Cartolai: Cogo Vincenzo, Rossi Luigi; Librai: Maschietto Alessandro; Tipografi: Maschietto Alessandro. A Oderzo: Legatori: Maschietto Eugenio; Librai e Tipografi; Bianchi Giovanni Battista.

Nel 1899 – Cartolai, Librai e Tipografi: Eredi Maschietto Alessandro. A Oderzo: Legatori, Librai e Tipografi: Ditta Giovanni Battista Bianchi di Fratelli Maschietto.

Nel 1900 – Cartolai: Eredi Maschietto Alessandro, Rossi Luigi; Librai: Eredi Maschietto Alessandro; Tipografi: Fratelli Maschietto, Fregonese Angelo e C..

Nel 1915 – Cartolai: Ditta Giovanni Battista Bianchi, Fregonese Angelo, Baratella e Cesarin; Librai: Ditta Giovanni Battista Bianchi; Tipo-Litografie: Fregonese Angelo e C.; Tipografi: Ditta Giovanni Battista Bianchi, Baratella e Cesarin.

Nel 1935 – Cartolai: Ditta G.B. Bianchi di Maschietto Pietro, Da Villa Evaristo; Legatori Libri: Fregonese Angelo; Tipografi: Ditta G.B. Bianchi di Maschietto Pietro, Ditta Spes di Da Villa Evaristo. A Oderzo: Legatori e Tipografi: ditta Bianchi G.B. di Maschietto E. (fratelli)

Il libro sulla storia di San Donà di Piave
Il libro del Nobile Cavaliere Teodegisillo Plateo nella sua ultima edizione del 1969

Un legame stretto quello di San Donà di Piave con la tipografia Bianchi tanto che ad essa si rivolse il segretario comunale, il Cavaliere Teodegisillo Plateo, quando finalmente le sue ricerche storiche vennero trasposte nel libro « Il territorio di S. Donà nell’agro d’Eraclea ». Il libro fu pubblicato nel 1907 qualche anno prima della morte dello stesso autore ottenendo un grande successo tanto da venir poi pubblicato in epoche successive.

Tratto da “S. Donà e le sue succursali di Chiesanuova e Passarella” di Monsignor Costante Chimenton (1928, p. 787)

L’arte tipografica ha una gloriosa tradizione in San Donà di Piave. La tipografia Bianchi conta circa cento anni di vita ; si sistemò in San Donà sul rinascere di quella terra, net terzo decennio del secolo XIX ; distrutta dalla guerra, riprese la sua vita in una sede più onorifica, in Via Nazionale. Ne sono proprietari, e ne gestiscono il funzionamento, i fratelli Maschietto.

La tipografia Spes sorse nel dopoguerra. Iniziò il suo lavoro nel 1920, in casa Gnes, in Viale Margherita. Nel 1926 si trasportò in un locale più ampio, più adatto, in Via Giannino Ancillotto, presso il nuovo Teatro Verdi. La tipografia è fornita di macchinari moderni e di mezzi tecnici per l’esecuzione di qualunque lavoro tipografico. Alla tipografia è annessa una legatoria. Ne è proprietario Evaristo Da Villa ; la direzione tecnica è affidata al signor Guido Zottino.

Tipografia S.P.E.S. (Foto Battistella)

Note immagini: (1) Manifesto della Fiera del 1879 (Museo della Bonifica, immagine tratta da «Il disegno della città tra utopia e realizzazione», D. Casagrande e G. Carletto, 2002). (2) Manifesto della Fiera Equina del 1897 (Museo della Bonifica, immagine tratta da «Il disegno della città tra utopia e realizzazione», D. Casagrande e G. Carletto, 2002)

Il 5 gennaio 1918, Mons. Saretta nominato parroco della Cattedrale di Portogruaro

Tratto da “S. Donà di Piave e le succursali di Chiesanuova e di Passarella” di Monsignor Costante Chimenton (1928, capitolo V pp. 263-268)

Portogruaro il 20 novembre 1917
Monsignor Saretta rifugiato a Portogruaro

Portogruaro, nel dicembre del 1917, sembrava una terra deserta : i pochi borghesi del centro, come pure i contadini della campagna, vivevano la massima parte appartati e diffidenti ; grandi concentramenti di truppe austro-ungariche per le campagne. Rendeva più penosa quella posizione il silenzio assoluto che dall’autorità militare fu imposto a tutte le campane ; il provvedimento non portò gravi conseguenze, perché in città di Portogruaro il servizio del culto era limitatissimo, anche per mancanza di clero : il parroco Mons. G. B. Tittilo e i canonici della cattedrale si erano allontanati al primo avvicinarsi del nemico ; in città erano rimasti, – animi veramente zelanti, – con Mons. Vescovo, don Luigi Bortoluzzi, arciprete di S. Agnese e Mons. Giuseppe Gaiatto ex parroco del Duomo : anche le classe dirigenti si erano allontanate.

Portogruaro, 3 dicembre 1917

L’arrivo dell’arciprete di San Donà. Specialmente nel campo spirituale, fu considerato un dono provvidenziale da parte di quella popolazione. In mezzo a tanti orrori non era spenta la fede in Portogruaro ; era assopita e bisognava ridestarla nelle coscienze ; bisognava commuovere un po’ i cuori, eccitare gli animi, far comprendere al popolo che il sacerdote è fatto per lui, e che gli sta vicino non soltanto quando la pace e la gioia rendono felice la sua vita, ma più ancora quando la guerra, la miseria, la fame e la prigionia lo gettano sul lastricato della pubblica strada, lo costringono a stendere la mano per chiedere l’elemosina di un pane, lo avviliscono nelle sue aspirazioni di libertà, gli spezzano gli affetti più santi, religiosi e famigliari.

Mons. Luigi Saretta era fatto per questo lavoro. – Quando giunse a Portogruaro trovò le chiese abbandonate ; il popolo stesso, non compresi i suoi profughi, guardava con occhio di diffidenza il sacerdote forestiero che giungeva a rimpiazzare il posto, rimasto vacante, dei suoi pastori. Ma quella figura pallida, magra, che giungeva, in quei giorni, sul luogo della prigionia, prigioniero volontario, tormentato da sofferenze, suscitò presto le simpatie : la diffidenza dei primi momenti si cambiò in affetto, finì in entusiasmo. Mons. Saretta riuscì ad impadronirsi di quel popolo, a portare un nuovo soffio di vita, anche in mezzo ad un nemico che non cessò mai di controllare i passi dei nostri connazionali.

La cerimonia del 31 dicembre 1917 nella Cattedrale

Segnò l’inizio della sua missione provvidenziale la cerimonia della benedizione solenne, in occasione del ringraziamento dell’anno 1917, nella Cattedrale di Portogruaro. A lui, abbiamo già detto, fu dal Vescovo affidato l’incarico di tenere il discorso d’occasione, compito delicatissimo in quei momenti, più delicato ancora perché a quella cerimonia potevamo intervenire, in veste ufficiale, le stesse autorità militari dell’esercito invasore. La bella Cattedrale quella sera era gremita di popolo : cittadini e profughi, frammisti ai soldati tedeschi, stavano riuniti dinanzi all’altare, al Crocefisso sanguinante sulla croce, che mai forse, durante la guerra, rappresentò più che in quella circostanza le sofferenze degli uni e degli altri.

Portogruaro prima della prima guerra mondiale

Mons. Saretta fu felicissimo nel suo discorso. Seppe commuovere il cuore di tutti, senza suscitare sospetti o gelosie, facile difetto per chi parla in pubblico e sotto l’impulso di una commozione così naturale per chi è prigioniero e bersagliato dal nemico ; più naturale ancora in chi, da una condizione fortunata, è sbalzato nella miseria, lontano dal suo paese, in balìa di una forza brutale che non conosce limiti nelle sue vendette. Siamo riusciti a rintracciare, fra le carte accatastate nell’archivio di San Donà, il manoscritto degli appunti del brevissimo discorso, conservato da Mons. Saretta con gelosia. E che l’indiscrezione di chi scrive questa monografia potè carpire ; ci perdoni Mons. Saretta l’indiscrezione ancor più marcata, che oggi commettiamo, nel pubblicare integralmente questi appunti : è un documento storico, e la storia, anche questa volta, domanda che siano rispettati i suoi diritti:

« Salvum fac…. Mai grido d’angoscia, voce di pianto e di preghiera uscì più spontanea di questa che la chiesa ci pone sulle labbra, in questa sera, ultima del 1917! – Oh! Signore, salva il tuo popolo! – Siamo qui raccolti davanti al tuo altare per implorare misericordia e perdono. – Ecce populus tuus omnes nos! Siamo il tuo popolo! – Altri gridarono : nolumus hunc regnare super nos! ; ma noi ripetiamo: non habemus alium regem nisi Christum!

Noi siamo la tua eredità. Noi che siamo stati redenti dal tuo sangue.

Ma in questa sera quante memorie ci opprimono! In questo momento quanti affetti si affollano nel nostro cuore! La chiesa ci suggerisce l’inno della lode e del ringraziamento, e non ci accorgiamo che le lagrime inondano il nostro volto ; noi ci accorgiamo che il pianto è l’unica voce che vibra nelle nostre anime.

Ogni anno che muore porta con sé la mestizia. Esso rappresenta qualche cosa che scompare nella vita di un uomo. E’ così breve la vita! – Esso ci parla della fugacità del tempo ; nella nullità di tutte le cose umane. Ma quest’anno 1917 è per noi più triste del solito ; la sua fine ci trova oppressi dal più profondo dolore, dalla più orribile sventura che possa colpire una nazione. Tu comprendi il mio pensiero, o Signore, tu che hai pianto sulle rovine della tua patria!

Nondimeno tu aspetti da noi un tributo di lode : tu ce lo chiedi ; tu ne hai diritto. E, sia pur nel pianto, noi gridiamo grazie, o Signore : Te Deum laudamus!

Grazie! Tutte le calamità che ne circondano, furono permesse da Te : esse sono il frutto dell’abuso dei tuoi doni ; sono la punizione dei nostri peccati. – Tutto il bene che ci è venuto in quest’anno, ci è venuto da Te ; tutto il male ci è venuto dagli uomini. – Noi stessi, disobbedendo alla tua legge, abbiamo fabbricato la nostra rovina. – Dei tuoi doni, grazie! ; del nostro abuso, del nostro peccato, Signore, perdono!

Parce, Domine : salvum fac populum tuum! In te, Domine, speravi : non confundar in aeternum! ».

L’interno della cattedrale di Portogruaro

Le brevissime parole furono pronunciate fra le lagrime, vorremmo dire fra i singhiozzi. Quelle parole furono sillabate ad una ad una, e attraversarono i cuori aprendoli alle serene speranze di un radioso avvenire, come una scintilla elettrica e come una voce benefica e amica.

Piacque il discorso al popolo ; non dispiacque neppure al nemico che in quella sera aveva raddoppiato il servizio di spionaggio : l’oratore in poche parole aveva detto molto per gli uni e il suo pensiero era stato bene inteso ; si era contenuto dentro i giusti limiti anche per gli altri e nessuno rimase offeso.

Il primo gennaio in duomo con i profughi di San Donà

La cerimonia religiosa dell’ultimo giorno dell’anno 1917 fu completata, in una forma più intima e più simpatica, il primo gennaio del nuovo anno 1918, con la Messa celebrata dopo mezzogiorno, a porte chiuse, nel Duomo di Portogruaro. Alla presenza dei soli profughi di S. Donà : Mons. Saretta indossò i paramenti e usò i vasi sacri dell’arcipretale di S. Maria delle Grazie. – Fu un poema di commozione e di lagrime, specialmente quando, al Vangelo, l’arciprete Mons. Saretta portò l’augurio, presso a poco con queste parole: « Ho voluto questa riunione intima nella casa del Signore, perché oggi le nostre anime ne sentivano il bisogno. – Sebbene una barriera di ferro e di fuoco ci separi dai nostri cari, e sebbene lontani dalla nostra terra che è ormai un cumulo di rovine, noi abbiamo nel cuore la speranza. Sopra il Piave inviolato, spiriti che vanno e vengono portano e ricevono i voti, gli affetti, le lagrime di un popolo che oggi è unito più che mai nella sua fede e nella sua volontà di vivere…» – S.E. Mons. Francesco Isola, presente a questa cerimonia, comprese che aveva trovato un ottimo elemento che poteva riuscire di massimo vantaggio anche al suo popolo, e con bolla vescovile, in data 5 gennaio 1918, nominò Mons. Luigi Saretta parroco della Cattedrale di Portogruaro.

Era ciò che desiderava Mons. Saretta : la sua nuova posizione gli avrebbe assicurato un prestigio dinanzi alle stesse autorità tedesche ; lo avrebbe messo più strettamente a contatto con i profughi, dispersi nel vasto territorio di Portogruaro, e con i cittadini stessi, tanto bisognosi di assistenza spirituale. La consegna della chiesa si effettuò subito ; la consegna, invece, della canonica non si ebbe che il 22 gennaio 1918, non appena quella casa fu lasciata libera da un Comando austriaco che vi aveva preso dimora. Così furono salvati, almeno in parte, il mobilio e i libri dell’arciprete della Cattedrale.

L’occupazione raccontata da Monsignor Chimenton in “San Donà di Piave e le succursali di Chiesanuova e di Passarella” nei post dedicati:

29 ottobre – 5 novembre 1917  prima parte; 6 – 9 novembre 1917 seconda parte; 9 – 11 novembre 1917 terza parte; 9 – 12 novembre 1917 (Passarella) quarta parte; 12 – 14 novembre (Passarella-Chiesanuova) quinta parte; 14 – 15 novembre 1917 (Chiesanuova) sesta parte; 13 novembre 1917 (Grisolera) settima parte; 14 – 18 novembre 1917 ottava parte; 16 – 21 novembre 1917 (Passarella e Chiesanuova) nona parte; 19 – 22 novembre 1917 (San Donà) decima parte; 23 – 30 novembre undicesima parte; 22 – 30 novembre 1917 (Torre di Mosto) dodicesima parte; 1 – 5 dicembre 1917 tredicesima parte; 6 – 8 dicembre 1917 quattordicesima parte; 8 – 15 dicembre 1917 quindicesima parte; 16 – 30 dicembre 1917 sedicesima parte; 31 dicembre 1917 – 5 gennaio 1918 diciassettesima parte

Storie da cartolina

Le cartoline d’epoca hanno sempre una bellezza speciale. Sempre ti danno i contorni del passato attraverso l’immagine di un particolare scorcio o di una prospettiva che, specie per San Donà di Piave, non sempre la puoi ritrovare in quella dei giorni nostri. Se poi questo riguarda un qualcosa legato al periodo della grande guerra ben poco è quello che è rimasto uguale.

A parte le immagini talvolta è quel piccolo insieme di pensieri scritti sul retro a regalare una storia. Nella cartolina scritta il 27 settembre 1921, e spedita il giorno dopo come da timbro postale, sono proprio le date un elemento importante della nostra storia.

Quando la cartolina si aggancia alla Storia

Per contestualizzare questo fattore temporale non possiamo che citare un libro scritto da Dino Casagrande e Giacomo Carletto “Il disegno della città tra utopia e realizzazione – Aspetti dello sviluppo del centro urbano di San Donà di Piave dalla Gastaldia alla ricostruzione” (Tipolitografia Colorama, 2002) relativamente alla parte riguardante la costruzione del nuovo teatro:

« La vita riprese nonostante la desolazione e le dure condizioni del dopoguerra. Era quello un periodo di grandi decisioni, proteso verso la ricostruzione, la ripresa del cammino interrotto dalla guerra e la realizzazione dei grandi progetti immaginati e discussi prima di essa, con l’intenzione di dare alla cittadina un respiro e una dimensione nuovi. In questa realtà in rapida trasformazione un giovane intraprendente Bortolo Pasqualini, che prima della guerra gestiva un caffè all’imboccatura di Piazza Indipendenza dal nome evocativo: – “Caffè Teatro” – incaricò lo stesso Camillo Puglisi Allegra, ideatore del piano regolatore di San Donà, di progettare per lui “un teatro con abitazione lungo la nuova via tracciata tra la chiesa arcipretale ed il grande piazzale” (nel luogo corrispondente all’attuale cinema teatro Astra). Già il 30 agosto del 1921 l’ing. Vittorio Umberto Fantucci e l’ing. arch. Camillo Puglisi Allegra collaudarono la struttura del nuovo teatro, trovandola rispondente “a tutti i requisiti per la sicurezza del pubblico dal quale dovrà essere frequentata”; parere successivamente confermato anche dalla Commissione di Vigilanza dei teatri. Bortolo Pasqualini, allora, forte di questa autorizzazione e fiancheggiato dal Comitato cittadino organizzatore della stagione teatrale, chiese anche la sistemazione della piazza davanti alla chiesa, che dava accesso al nuovo teatro, in occasione della stagione d’opera “che si riprometteva di ricondurre alle vecchie tradizioni di decoro la vita artistica di San Donà che ad ognuno stava a cuore”. Il suo era un programma entusiasta ed ambizioso, che si accompagnava alla volontà di gestire in prima persona quello che egli spesso chiamava il “mio” teatro, identificandolo sempre più con se stesso, che sostituiva il ruolo precedentemente svolto dal Teatro Sociale. Davvero forte dunque doveva essere l’emozione il 22 settembre 1921, quando invitò le autorità cittadine alla sua inaugurazione”. Subito il teatro “Moderno” diventò un’istituzione importante per la vita culturale del paese: tutte le manifestazioni di rilievo ruotarono attorno ad esso, come si coglie da una “memoria” che Pasqualini indirizzò all’Amministrazione Comunale per sottolineare ed evidenziare l’importanza della sua attività”. » (pp. 149-150)

Il Nuovo Teatro Verdi e la Tipografia S.P.E.S. (Foto Battistella, tratta da S. Donà di Piave e le succursali di Chiesanuova e Passarella di Mons. Costante Chimenton, 1928)
La cartolina che diviene parte della Storia

Il 22 settembre 1921 era stato inaugurato il nuovo “Teatro Moderno” che in seguito sarebbe divenuto “Teatro Verdi“. La cartolina in questione è di quello stesso periodo. A scriverla è I. Piosich a riceverla il signor Preti di Milano. Dal suo scritto si intuisce chiaramente che trattasi di un cantante lirico e il destinatario un maestro di musica. Questo il testo:

Egregio Maestro Lei mi scusi per il ritardo. A Victorio1 ho fatto un bel successo con l’Elisir. A San Donà tre regito2 di Barbiere abbastanza bene. Di San Donà passiamo a Venezia al teatro Pasini dove debutto con l’Elisir il giorno otto. Affettuosi saluti per la sua signora e figlia e una buona stretta di mano dal suo allievo. I. Piosich

(1) Victorio, meglio Vittorio a cui fu poi aggiunto Veneto nel 1923 (2) rogito, o forse meglio recite

Il protagonista dunque nei giorni dell’inaugurazione, o subito successivi, aveva cantato delle arie del Barbiere di Siviglia a San Donà e con gioia aveva voluto mandare un presente al suo maestro a Milano. Piccole storie da cartolina che anche a noi cent’anni dopo regalano un pezzetto del passato della nostra città da sfogliare.

Monsignor Saretta confinato a Portogruaro

Tratto da “S. Donà di Piave e le succursali di Chiesanuova e di Passarella” di Monsignor Costante Chimenton (1928, capitolo IV pp. 242-246)

In viaggio verso Portogruaro
La stazione di Santo Stino di Livenza

Piovigginava quella mattina ; « un fango orribile aveva tramutato le strade in pozzanghere. Gettate sulla carretta poche masserizie, il convoglio procedette a piedi fino a S. Stino di Livenza » : a don Zandomenighi non fu permesso di accompagnare alla stazione i due partenti, a cui si prospettavano nuove peripezie e più odiose vessazioni. La mamma di Mons. Saretta, causa il tempo e le strade impraticabili si soffermò a Torre di Mosto con una suora : il figlio arciprete le promise che sarebbe venuto a prenderla quanto prima.

Si partì dalla stazione di S. Stino alle 12.30 del 17 dicembre : pessima ed umida la stagione : tutta la gente unitamente alle suore, a Mons. Saretta e a don Marin, fu fatta salire su carrozzoni da bestiame. Carrozzoni aperti, per far contemplare ai profughi la bellezza, l’incanto poetico della stagione invernale. Dopo un viaggio disastroso, poco dopo la mezzanotte del giorno 18, si giunse a Portogruaro : le sentinelle li lasciarono tutti rinchiusi nei carrozzoni, tenuti a guardia, fino alle 10 antimeridiane. ̶ ̶ ̶ Lasciati in libertà ognuno dovette pensare a provvedersi di cibo e alloggio : Mons. Saretta sistemò le suore nell’ospedale civile : poi, abboccatosi con il Vescovo, ottenne ospitalità nella canonica di S. Agnese.

Monsignor Saretta e la vita a Portogruaro
Portogruaro a fine novembre del 1917

Ma l’arciprete di S. Donà doveva trovarsi in uno stato d’animo compassionevole : troncati i contatti diretti con casa Sgorlon, con Ceggia, con Torre di Mosto, vide il suo popolo, per il quale si era votato alla prigionia, lontano da sé, con un avvenire che per tutti si presentava assai fosco. Perduta quella tranquillità di spirito, che manifesta sempre nel suo diario, la sera del 18 dicembre, vergava queste parole : « Alla sera, cena tranquilla, ma tristissima, con don Berto in canonica di S. Agnese ! Ma… quando finirà questo doloroso calvario? ».

I primi giorni, in Portogruaro, passarono assai monotoni ; nessun incidente importante : mancarono spesso i viveri, ma non si ebbero, in compenso, noie maggiori. ̶ ̶ Si tentò di scindere anche quella piccola comunità sandonatese. Le suore furono richieste dalla stessa arciduchessa d’Austria per il servizio degli ospedali militari di S. Stino ; ma le suore si rifiutarono e chiesero invece di prestare servizio all’ospedale civile di Portogruaro.

Le festività a Portogruaro
Portogruaro ai primi di dicembre 1917

Poche persone di S. Donà potè Mons. Saretta avvicinare in questi primi giorni : tenne una vita ritiratissima fra Santa Agnese e l’ospedale ; potè avvicinare unicamente, il 22 dicembre, il dott. Perin, giunto in Portogruaro, e di sentire da lui tutti i patimenti e le peripezie della colonia affidata a don Rossetto in Cà Fiorentina. Un po’ di sollievo provò la sera dello stesso giorno, 22 dicembre, quando S.E. Mons. Isola lo chiamò e lo pregò di accettare l’incarico di tenere il discorso del 31 dicembre in Cattedrale. Le sue condizioni di salute erano un po’ infelici ; pure Mons. Saretta accettò l’incarico : fu un incarico delicatissimo, ma che avrebbe potuto riuscire vantaggioso al popolo, e anche un mezzo efficace per raccogliere i suoi parrocchiani dispersi nei paesi circonvicini di Portogruaro.

Il giorno di Natale fu triste : Mons. Saretta restò a letto fino alle 13 per non assistere al Pontificale del Duomo. ̶ ̶ ̶ Il 27 dicembre potè vedere don Rossetto e trattenersi con lui a tutto il 28. La vita cominciava un po’ a mutare aspetto, sebbene nessuna illusione Mons. Saretta si poteva formare, attese specialmente le condizioni in cui versava, nel campo religioso e politico, la città di Portogruaro.

L’ arrivo della madre di Monsignor Saretta
Monsignor Saretta con la madre e la sorella

La mamma dell’arciprete giunse a Portogruaro un po’ tardi, il 29 dicembre. Mons. Saretta non aveva potuto muoversi dalla nuova sede : la mamma, preoccupata di un lungo silenzio di 15 giorni, decise di mettersi sulle tracce del figlio e di raggiungerlo. Dovette portarsi a piedi da Torre di Mosto alla stazione di San Stino, sotto una pioggia torrenziale : il cuore di madre ha le sue esigenze. A lei, che ne aveva fatta esplicita domanda, fu negato ogni mezzo di trasporto, e unicamente concesso il “nulla osta” per il viaggio che doveva compiere. Mons. Saretta si mostrò graditissimo delle cure prestate alla sua mamma dal confratello di Torre di Mosto, e spedì una lettera, calda di affetto e di riconoscenza, a don Zandomenighi : « Mi spiace, scrive don Zandomenighi nelle sue memorie, di non produrre tale documento, anche perché contiene cenni specifici sulle peripezie occorsagli a Torre ; mi esprimeva sentimenti di perenne gratitudine per averlo salvato in uno dei momenti più pericolosi della sua prigionia ».

Finisce con l’arrivo a Portogruaro di Monsignor Saretta, di don Marin e delle suore il IV capitolo del libro di Mosignor Chimenton. Un pericoloso viaggio lungo quella prima linea rappresentata del Piave, la stessa percorsa da molte centinaia di profughi in cerca di rifugio. La guerra non è però finita e l’opera di Monsignor Saretta anche in quel di Portogruaro non sarà minore. Riprenderemo il filo del racconto tra qualche settimana.

L’occupazione raccontata da Monsignor Chimenton in “San Donà di Piave e le succursali di Chiesanuova e di Passarella” nei post dedicati:

29 ottobre – 5 novembre 1917  prima parte; 6 – 9 novembre 1917 seconda parte; 9 – 11 novembre 1917 terza parte; 9 – 12 novembre 1917 (Passarella) quarta parte; 12 – 14 novembre (Passarella-Chiesanuova) quinta parte; 14 – 15 novembre 1917 (Chiesanuova) sesta parte; 13 novembre 1917 (Grisolera) settima parte; 14 – 18 novembre 1917 ottava parte; 16 – 21 novembre 1917 (Passarella e Chiesanuova) nona parte; 19 – 22 novembre 1917 (San Donà) decima parte; 23 – 30 novembre 1917 undicesima parte; 22 – 30 novembre 1917 (Torre di Mosto) dodicesima parte; 1 – 5 dicembre 1917 tredicesima parte; 6 – 8 dicembre 1917 quattordicesima parte; 8 – 15 dicembre 1917 quindicesima parte; 16 – 30 dicembre 1917 sedicesima parte; 31 dicembre 1917 – 5 gennaio 1918 diciassettesima parte

Dopo l’arresto di Monsignor Saretta, nuova destinazione per i profughi sandonatesi

Tratto da “S. Donà di Piave e le succursali di Chiesanuova e di Passarella” di Monsignor Costante Chimenton (1928, capitolo IV pp. 217-218; pp. 222-224; pp. 241-242)

San Donà di Piave, via Maggiore il 7 gennaio 1918

A Torre di Mosto si era rifugiato il parroco di Passarella don Innocenzo Zandomenighi, nominato parroco dalle truppe di occupazione. E qui vi sarà l’incontro con Monsignor Saretta. Monsignor Chimenton intreccia i racconti degli scritti del parroco di Passarella e quelli di don Umberto Marin per narrare l’arresto dei due sacerdoti di San Donà.

Il clero attenzionato dalle truppe di occupazione

Quale l’accusa che gravava sul clero di S. Donà di Piave? L’accusa dello spionaggio, facile e opportuna scappatoia per levarsi d’intorno dei sacerdoti che costituivano un controllo prolungato sulle vessazioni che, con freddo cinismo, si perpetravano dai nemici sul popolo italiano.

Non destano meraviglia, se si tiene presente questo concetto, le disposizioni segrete emanate contro il clero italiano, ritenuto sempre dall’Austria come una spia, un elemento equivoco che bisognava o domare con la fame o sopprimere con la violenza. Questo principio, che fu principio fondamentale della politica tenuta dall’Austria nei paesi invasi, fu sanzionato in varie circolari : ne citiamo semplicemente una : « In caso di offensiva, e se per ragioni di difficoltà non venisse effettuato lo sgombero, tutti i borghesi di sesso maschile che vivono qui, verranno dichiarati in arresto e rinchiusi a cura del personale del reparto informativo ; il parroco, sotto la sorveglianza mia personale, sarà tenuto nella prigione ». (nota: ” La Battaglia del Montello, Comando dell’VIII Armata, Ufficio informazioni, riservatissimo, luglio 1918 – Battaglia del Montello, Comando dell’VIII Armata – “I.R. 44 Regg. Famt., Misure di precauzione per la repressione dello spionaggio nemico” – SI riferisce allo spionaggio compiuto dai nostri invasi nel territorio di Sernaglia”.)

Mons. Saretta e don Marin furono maggiormente colpiti da questa imputazione di spionaggio. – Mons. Saretta era ormai caduto nelle mani della giustizia : il severo controllo organizzato attorno alla sua persona non lasciava incertezze ; un po’ difficile invece si presentò la cattura di don Marin.

Dal Diario di don Zandomenighi: l’incontro con Mons. Saretta

Giunse il giorno 8 dicembre, giorno indimenticabile per il clero di S. Donà. Dispersi dalla guerra, i due parroci di S. Donà e di Passarella si trovarono momentaneamente ricongiunti sulla via del dolore e della fame ; la loro posizione giuridica si era interamente tramutata : don Zandomenighi, parroco eletto di Torre di Mosto, a Mons. Saretta, profugo e ramingo, un giorno suo superiore, concedeva l’elemosina e il soccorso. L’uguaglianza delle sofferenze fece dimenticare ogni divergenza giuridica : sul campo del dolore i due rappresentanti legittimi del popolo si intesero, si scambiarono i soccorsi, organizzarono un piano di comune salvezza.

Torre di Mosto, tratta da “La grande guerra tra terra e acqua” (archivio Renzo Vedovo)

Cediamo la parola all’ex parroco di Passarella : « Avevo celebrato la prima Messa e, ritornando a casa, mi incontro con l’arciprete di S. Donà : la barba lunga, pallidissimo, ma pure con il fare scherzoso, mi domandò il permesso di celebrare, e mi disse che fra un’ora sarebbero arrivate tutte le suore, e, fra qualche giorno, forse domani, anche sua madre con la donna di casa. Avevo quattro camerette con due letti ; a noi, quattro giorni prima, si era aggiunto P. Emidio, l’economo di Chiesanuova : quella mattina stessa domandarono ricovero il sig. Roma di S. Donà e, più tardi, don Umberto Marin. Come fare? Come provvedere di alloggio? Le suore, come tante pecore, occuparono la stanza vuota, priva di letti, e si accontentarono di riposarsi così, gettate sul nudo pavimento, nell’estrema povertà come il poverello d’Assisi in S. Damiano ; l’arciprete di S. Donà, il P. Emidio ed io su di un unico letto, da buoni fratelli, don Umberto nella stessa stanza ; la nipote, le cugine, la signora Letizia Saretta, l’inserviente, nella quarta stanza, esse pure sul nudo pavimento ». E per il vitto? Il problema si presentò ancor più interessante : « le due mie cugine e la nipote, che ormai erano conosciute, in giro ogni mattina, presso le varie macellerie per domandare un po’ di carne, e al molino per chiedere farina, e sul mezzogiorno in caserma, presso i gendarmi, con una pignatta, per prendere un po’ di minestra : il pranzo doveva essere allestito in due o tre riprese per mancanza di piatti e di posate ». Condizioni compassionevoli, ma ben più fortunate di quelle in cui si trovò gettata la gran massa del popolo di S. Donà, sotto l’oppressione di un nemico, e in momenti così tristi e così fatali. Allo stimolo della fame che tormentava, all’ostilità di uno spionaggio spietato, alle continue requisizioni che privavano il popolo di tutto e lo sottoponevano ad un regime insostenibile, non è da scordarsi la preoccupazione di un avvenire che si avanzava minaccioso, saturo di nuove persecuzioni e di nuovi pericoli.

Dal diario di don Umberto Marin: lo sgombero di via Sgorlon

Dopo l’arresto di Mons. Saretta e il suo internamento a Torre di Mosto, si volle dal Comando militare di Palazzetto che fosse allontanato da quella posizione anche il cappellano che, alle dipendenze dell’arciprete di San Donà, prestava il servizio religioso alla comunità concentrata in casa Sgorlon.

Torre di Mosto, tratta da “La grande guerra tra terra e acqua” (archivio Sergio Tazzer)

Un capitano a cavallo giunse la mattina del 13 dicembre a casa Sgorlon : riferì al cappellano che quella stessa mattina doveva partire. Il capitano, che parlava perfettamente italiano, si mostrò gentilissimo nei suoi atti ; con un atteggiamento quasi compassionevole verso il sacerdote, disse che motivi di convenienza avevano costretto l’autorità austriaca a trasferirlo in altra sede. Don Marin non si lasciò vincere da quelle prime parole melate : teneva con sé, nascosto in casa Sgorlon, tutto il tesoro della chiesa di San Donà. Il capitano, sempre con modi gentili, conchiuse : « E’ ordine superiore ; io devo eseguire quest’ordine, e lei veda di seguirmi! ». Fu inutile ogni resistenza : don Marin gettò su di una carretta di campagna un po’ di masserizie ; poi salì in cappella, prese la sacra pisside con le Specie consacrate, se la assicurò al petto, sotto le vesti, e, fra le grida di quella comunità e dei profughi accorsi dalle cascine circonvicine, intraprese il suo viaggio. Così la comunità di casa Sgorlon rimase priva del sacerdote e dei conforti della fede ; di essa si interessò, a lunghe riprese, don Rossetto, in quell’epoca impegnato in una missione del tutto pastorale nel concentramento di Cà Fiorentina.

L’arrivo di don Marin a Torre di Mosto e l’incontro con Monsignor Saretta

Dopo un viaggio lungo e faticoso, stanco, affamato, inzaccherato, don Marin giunse a Torre di Mosto poco dopo il mezzogiorno. Sulla pubblica piazza, contornato da gendarmi, lo attendeva l’arciprete di San Donà, già informato del suo arrivo, e che, dimenticando per un momento le sue lunghe sofferenze, fece al nuovo arrivato una festosa accoglienza. I due sacerdoti si abbracciarono e si baciarono tra le lagrime ; poi : « Porto con me l’Eucarestia! », esclamò il cappellano. Mons. Saretta s’inginocchiò, adorò Cristo, « che veniva a confortarlo nel Calvario da lui tanto coraggiosamente e con tanta generosità d’animo intrapreso ».

Monsignor Saretta e don Marin arrestati
Villa Loro a Ceggia, dove furono interrogati Mosignor Saretta e don Marin

I soldati fecero salire i due sacerdoti su di una carretta campestre e il convoglio si mosse. – Per dove? Era una nuova incognita a cui non si sapeva dare una risposta. Sulla stessa piazza di Torre assisteva, quale spettatore, il sig. Umberto Roma di San Donà. – Questi, commosso dinanzi a quella scena stranissima, si accostò ai due sacerdoti per rivolgere loro un saluto e una parola d’incoraggiamento. « Eh ! ci segua ! – esclamò Mons. Saretta ; – ci faccia compagnia ! » – « Ben volentieri ! », rispose il sig. Roma ; e salì, arrampicandosi su quel calesse già ormai in movimento. – Ma non era un viaggio di piacere : subito si comprese che la comitiva era diretta a Ceggia, presso il Comando di divisione, sistemantosi a Villa Loro. – Umberto Roma, conosciuto l’equivoco, chiese di tornare a Torre di Mosto : i gendarmi si opposero e lo dichiararono prigioniero di guerra, unitamente ai due sacerdoti. – A Villa Loro i tre prigionieri furono gettati in una lurida stanza : passarono la notte su un povero giaciglio ; tre soldati, con la baionetta innestata, furono incaricati a far la guardia a quei malcapitati, uno nella stanza stessa, il secondo fuori della porta e il terzo alla finestra. I prigionieri furono trattati da veri furfanti, o meglio da delinquenti.

L’interrogatorio e l’insperata liberazione

La mattina i tre prigionieri consumarono le Sacre Specie. – Verso le nove, si iniziò l’interrogatorio presso la cancelleria del tribunale di guerra. L’equivoco per il sig. Roma fu subito chiarificato : il prigioniero improvvisato fu rimesso in libertà ; al contrario l’interrogatorio dei due sacerdoti si protrasse fino alle tre e mezzo del pomeriggio ; furono discussi a lungo i rapporti presentati dai due sacerdoti contro le violenze e le rapine perpetrate dai soldati a danno delle donne e delle famiglie profughe. La montatura dello spionaggio tramontò, e anche i due sacerdoti, digiuni da ben 24 ore, furono rimessi in libertà. Si volle anzi, da quel Comando riparare, in qualche modo, all’affronto fatto ingiustamente patire : in una carrozza, unitamente al sig. Roma, i due sacerdoti furono ricondotti a Torre di Mosto. (1)

Torre di Mosto, tratta da “La grande guerra tra terra e acqua” (Archivio di Renzo Vedovo)

(nota 1): Il Sig. Umberto Roma rimase a Torre di Mosto fino all’armistizio ; ma la sua permanenza in quella località fu sempre poco fortunata : privo di notizie dei suoi familiari, visse giornate di dolore, come tutto il popolo invaso di San Donà ; riportiamo qualche periodo della lettera, spedita a Mons. Saretta, risiedente in quell’epoca a Portogruaro, il 22 luglio 1918 : “ Da molto tempo non ho notizie dirette ; però ognuno che so venire da Porto, lo interpello se mi sa dare di Lei notizie…. Spero continuerà a star bene ; fui ammalato, con otto giorni di letto lo scorso giugno : fortissimi dolori intestinali mi lasciarono in brutto stato… ; ieri tornati a disturbarmi : speriamo sia cosa passeggera. – Immagini lo stato dell’animo mio per non aver ancora notizie dei miei cari… Io e la sorella ce la passiamo, nella speranza che il buon Dio calcoli questo tempo per un po’ di purgatorio ; ma non le enumero i dispiaceri che soffriamo, ecc. “. (Cfr. Arch. Di Curia, incarto San Donà di Piave e la nuova chiesa).

Dal diario di don Zandomenighi: una nuova destinazione per la comunità di Monsignor Saretta

Passarono sei giorni in queste condizioni anormali, « quando, la mattina del giorno 14, Mons. Saretta e don Marin furono chiamati in tutta fretta dai gendarmi austriaci ; una carretta era giunta nel cortile ; i sacerdoti furono fatti salire : dovevano essere ricondotti nuovamente a Ceggia. E si fermarono a Ceggia tutta la giornata, sottoposti ad un nuovo interrogatorio lungo e minuzioso. Ritornarono a tarda sera tranquilli. Ma forse non era rimasta contenta e soddisfatta la cattiveria austriaca : la mattina del giorno 15, per tempo, un soldato mi venne a domandare, per ordine del Comando, se la sera antecedente erano ritornati i due sacerdoti, e a quale ora fossero ritornati ; due giorni dopo un ordine militare internava i due sacerdoti, con tutte le suore, a Portogruaro ».

L’occupazione raccontata da Monsignor Chimenton in “San Donà di Piave e le succursali di Chiesanuova e di Passarella” nei post dedicati:

29 ottobre – 5 novembre 1917  prima parte; 6 – 9 novembre 1917 seconda parte; 9 – 11 novembre 1917 terza parte; 9 – 12 novembre 1917 (Passarella) quarta parte; 12 – 14 novembre (Passarella-Chiesanuova) quinta parte; 14 – 15 novembre 1917 (Chiesanuova) sesta parte; 13 novembre 1917 (Grisolera) settima parte; 14 – 18 novembre 1917 ottava parte; 16 – 21 novembre 1917 (Passarella e Chiesanuova) nona parte; 19 – 22 novembre 1917 (San Donà) decima parte; 23 – 30 novembre 1917 undicesima parte; 22 – 30 novembre 1917 (Torre di Mosto) dodicesima parte; 1 – 5 dicembre 1917 tredicesima parte; 6 – 8 dicembre 1917 quattordicesima parte; 8 – 15 dicembre 1917 quindicesima parte; 16 – 30 dicembre 1917 sedicesima parte; 31 dicembre 1917 – 5 gennaio 1918 diciassettesima parte

Ordine di sgombero : inizia l’esodo verso Torre di Mosto

Tratto da “S. Donà di Piave e le succursali di Chiesanuova e di Passarella” di Monsignor Costante Chimenton (1928, capitolo IV pp. 210-217)

San Donà di Piave, 24 novembre 1917
Un giogo che non sembra allentarsi

Le vessazioni, i soprusi, le violenze aumentavano intanto con un crescendo spaventevole, raddoppiato dalla disillusione in cui era caduto l’esercito austriaco in seguito ai disastrosi scontri sulla destra del Piave.

La notte dal 5 al 6 dicembre, in una cascina, presso casa Sant, alcuni soldati austriaci, che avevano tentato di rubare quel po’ di pollame che costituiva l’unica ricchezza di un povero vecchio, certo Bevilacqua di S. Donà, quando si videro scoperti dal proprietario che gridò al soccorso, spararono contro di lui diversi colpi di rivoltella : una pallottola lo colpì alla guancia destra, e gli spezzo la mascella. Compiuta quell’eroica azione, quei delinquenti se ne andarono canticchiando una canzonaccia e bestemmiando a Salandra e a Sonnino (nota: presidente del consiglio il primo, ministro degli esteri il secondo, che portarono l’Italia nel campo dei paesi dell’Intesa e alla conseguente guerra contro l’Austria), abbandonando in una pozza di sangue quel vecchio. Il poveretto fu assistito da Mons. Saretta, che mandò subito per un medico ungherese, che era sul posto, a pochi passi dalla località : ma il medico si rifiutò di prestare il suo soccorso ad un italiano, e a Mons. Saretta che insisteva, in nome dei primi elementi di umanità, per ottenere la sua presenza, in chiara lingua toscana rispose : ‹‹ Così possano crepare tutti i borghesi! ››.

Solo alla mattina la ferita gravissima fu disinfettata da una suora infermiera ; ma il sangue perduto durante la notte e che non riuscì a fermare con una medicazione provvisoria, annunziò prossima la morte del vecchio : Mons. Saretta gli somministrò i conforti religiosi ; poi si rivolse al capitano Paolo Hertzog, che sempre si era dimostrato generoso e caritatevole verso i nostri profughi, e ottenne che il ferito fosse trasportato in un ospedale. Sulla sera del giorno 6 l’infelice partiva sopra un rozzo carro da trasporto, accompagnato da due soldati ; Mons. Saretta, incontratolo per strada, gli somministrò l’Estrema Unzione : all’ospedale di Torre di Mosto, dove era diretto, il Bevilacqua giunse cadavere. Le prove più dure non erano ancora giunte : Mons. Saretta doveva affrontare umiliazioni ancor più forti prima di giungere ad una sistemazione un po’ tranquilla in Portogruaro, dove già si era concentrato un forte nucleo di sandonatesi.

Casa Sgorlon, subito dopo la guerra
Ordine di sgombero per le comunità di casa Sgorlon, casa Sant e casa Catelan

Il 6 dicembre si impose tutto lo sgombero della zona : il provvedimento, che poteva essere giustificato da necessità tattiche e di incolumità per gli invasi, assunse un aspetto odioso per il modo con cui fu attuato. Già alcune famiglie avevano, in antecedenza, presa la via della profuganza, senza meta, senza direzione, senza viveri. Mons. Saretta si portò quella mattina in casa Catelan ; chiamò a raccolta gli uomini per prendere con questi gli accordi nel caso venisse singolarmente imposta la partenza : non sarebbe stato prudente lasciarsi colpire da un improvviso ordine di sgombero. Poco lontano da casa Catelan stava stanziando il comando di un battaglione.

Monsignor Saretta raggiunge un accordo sullo sgombero, subito disatteso

Il giorno 7 dicembre, un venerdì che non si dimenticherà mai dai profughi prigionieri di S. Donà, Mons. Saretta chiese un abboccamento con il colonnello : aiutato da un interprete, potè perorare la causa del suo popolo in modo efficacissimo e ottenere promessa formale che, qualora fosse stata sgomberata la zona Catelan-casa Sant, i profughi di S. Donà, sotto la responsabilità del loro arciprete, avrebbero potuto rimanere, o certamente non avrebbero avuto noie finchè non si fossero trovati i mezzi di trasporto e un rifugio sicuro nelle retrovie. Il permesso scritto doveva essere consegnato a Mons. Saretta un po’ più tardi : il colonello si impegnava intanto a notificare la cosa al Comando di divisione, da cui dipendeva il settore. Mons. Saretta era appena tornato con il fausto annunzio in casa Catelan e in casa Sant, quando una strana visita fece comprendere che gli eventi precipitavano. Il maggiore medico ungherese, l’assassino che il giorno innanzi si era rifiutato di curare il Bevilacqua, in compagnia del sergente che comandava la pattuglia, entrò in casa Sant per una minuta perlustrazione di tutte le stanze. Fu il segnale della catastrofe : imprecando alla guerra e a chi l’aveva dichiarata, quel maggiore si allontanò, lanciando prima un’occhiata sprezzante e quasi di compiacenza sui due vecchi di Passarella, che giacevano miseramente accovacciati in un angolo della cucina.

La zona dell’esodo di quei primi giorni di dicembre

Giungeva intanto la notizia che casa Sgorlon era stata sgomberata. Mons. Saretta si precipitò sul luogo per impedire lo sgombero e ottenere che si rispettasse l’ordine del colonnello. Lungo il percorso ebbe chiara la visione di quell’ultimo strazio ; nei cortili delle case erano state gettate a terra le povere masserizie dei contadini, mentre la truppa, avida di impadronirsi del bottino, piantonava le stanze, e con la rivoltella in mano, minacciava chiunque ardisse avvicinarsi. Dopo un mese di strazi, la nuova odissea veniva così ufficialmente ripresa. Nessun riguardo ai bambini, alle donne, agli ammalati : la soldatesca, costituita di elementi bosniaci, la mezzaluna intrecciata sull’elmetto, laceri, sporchi, senza camicia, veri banditi da galera, pareva scelta apposta per compiere l’ultimo scempio di un popolo, reo unicamente di essere italiano!

In casa Sgorlon erano ricoverate più di cento persone assistite dal cappellano don Marin. Nel cortile dell’ampio fabbricato, tre carri erano ormai già carichi di masserizie gettate alla rinfusa. Il vecchio padrone di casa, un tipo patriarcale girava intorno attonito, con due cappelli in testa, un paletot e un giubbone d’inverno sulle spalle ; i bambini strillavano ; le donne scapigliate sembravano impazzite, mentre, dentro, nella casa, i mussulmani consumavano il saccheggio di quanto non era stato gettato sui carri. Una vecchia, che non poteva scendere dalle scale, fu afferrata per il collo per essere gettata giù dalla finestra : due testimoni che tentarono di salire per salvarla, furono respinti col calcio del fucile : la disgraziata, trascinata in modo brutale giù per la scala da due bosniaci, rimase tutta pesta.

L’ira di Monsignor Saretta per lo sgombero forzato, ad un passo dalla fucilazione

Un furioso cannoneggiamento di abbatteva intanto su S. Donà e Grisolera, e un tenente a cavallo impartì l’ordine della partenza. Mons. Saretta non seppe più contenersi, e, furente contro quel nuovo sistema di assassinio, gridò che si attendesse almeno la risposta del comandante di divisione e si rispettassero gli ordini superiori. Il cappellano don Marin fu mandato ad informare del fatto il colonnello ; ma il percorso era lungo quattro chilometri, e nell’attesa, acconsentita dal tenente, fu una lotta continua tra i soldati che chiedevano una partenza precipitosa e Mons. Saretta che reclamava giustizia e umanità. Quel giorno non si pranzò ; neppure i bambini chiesero cibo, colpiti dalla scena del tutto nuova e dall’atteggiamento dell’arciprete, il quale aveva imposto ai suoi di non allontanarsi, e che, le mani incrociate sul petto, misurando in tutte le direzioni il cortile di casa Sgorlon, non cedeva dinanzi alle minacce dei Bosniaci e del loro comandante.

Monsignor Saretta

Verso le due del pomeriggio un sergente, seguito da due soldati bosniaci, in tenuta di servizio, si accostò a Mons. Saretta e gli impose di seguirlo : fu condotto in casa Sant. La casa era in uno stato di vero assedio, tutta piantonata da truppa. Il maggiore medico, in atteggiamento di minaccia, attendeva l’arciprete : lo investì con sarcasmi e con parole asprissime, e gli impose la partenza, sotto pena di fucilazione immediata. Mons. Saretta reagì fortemente agli insulti di chi abusava di una forza brutale e rimbeccò ad una ad una le osservazioni e le offese di quel medico degenerato : un sergente triestino si frappose fra i due litiganti, e Mons. Saretta, sbalzato da quel triestino che bestemmiava in lingua toscana perfetta, si vide perduto : rispose che cedeva alla violenza! Volle però salire nella cappellina di casa Sant, dove consumò l’Eucarestia distribuendo la Comunione alle suore e ai bambini più teneri ; fece poi gettare su due carri quelle poche masserizie che erano state salvate sino allora ; si interessò perché le suore mettessero in salvo il corredo liturgico della chiesa di S. Donà e i documenti riguardanti l’ospedale e l’asilo ; poi…. Si diede in mano ai soldati. Erano le tre pomeridiane.

Inizia l’esodo verso Torre di Mosto

Si organizzò il corteo per la partenza. Ogni suora fu fiancheggiata da due gendarmi armati ; l’arciprete, come l’elemento più torbido e pericoloso, da quattro gendarmi : a lui non si permise di scambiare una parola. Una bambina, che lo vide in quello stato di arresto, gli si avvicinò per baciargli l’ultima volta la mano : fu cacciata lontano bruscamente con un calcio.

Don Umberto Marin

Sul volto di tutti era scolpito lo spavento : la preoccupazione più angosciosa era per la sorte riservata all’arciprete. Mons. Saretta era pallido come la morte : un sudore freddo gli imperlava la fronte e non poteva parlare. Si scosse da quell’atteggiamento unicamente quando il maggiore medico impose che i due vecchi ammalati, rincantucciati in cucina, non venissero trasportati. Tentò allora di parlare, ma la voce gli si strozzò in gola. Mentre da tutti si attendeva che la strana compagnia si mettesse in moto, con un fare sdolcinato che in altre epoche avrebbe avuto del comico, il maggiore medico, sotto pretesto di assistenza ai due vecchi, requisiva due suore, suor Luigia Cernesoni e suor Battistina Lanza, e ordinò venissero rinchiuse in una stanza. Le due requisite piansero e scongiurarono ; supplicarono che i due ammalati fossero sì affidati alle loro cure, ma trasportati con la carovana : col calcio del fucile furono sospinte dai Bosniaci su per la scala, mentre due soldati con la baionetta che toccava loro il petto gridavano che le avrebbero finite se non avessero smesso di strillare. Alle quattro precise del 7 dicembre la carovana si mosse : a questa era stata aggiunta, travolta dalla stessa sorte, tutta la famiglia Sant che aveva ospitato le suore e l’arciprete. Anche quella sera il sole tramontava in un mare di fuoco.

Pochi minuti dopo giungeva il cappellano militare, P. Tecelin Joseph Jaksch, accompagnato da don Marin, con il permesso del Comando di divisione, con cui si concedeva all’arciprete di S. Donà e ai suoi parrocchiani l’ordine scritto di rimanere sul posto. Troppo tardi! Il permesso giovò soltanto per la famiglia Sgorlon che riprendeva e rioccupava le proprie stanze, dove rimase indisturbata fino al 19 febbraio 1918.

La sosta notturna presso Stretti
Immagine tratta da “Una memoria di guerra nell’anno dell’invasione austro-ungarica” (2012, Battistella-Polita)

Dopo tre ore di cammino angoscioso, sempre in silenzio, si giunse in località chiamata Stretti, a sette chilometri da Grisolera e cinque da Torre di Mosto. Qui i soldati ordinarono la sosta e il riposo per la notte. La posizione era deserta ; nessun vestigio di abitazione umana ; una stamberga abbandonata, al di là del canale, raccolse quella notte un centinaio di persone. ‹‹ E noi dovemmo passare la notte così, dopo una giornata di tante vicende. Prendemmo posto, con la poca roba che ci era rimasta, in una orribile stanzaccia ; per coricarci in qualche modo, stendemmo un po’ di fieno che doveva aver servito alle sentinelle del ponte sul vicino canale, e che doveva contenere molti inquilini poco graditi. In un’altra stanzaccia prese ricovero la famiglia Sant che era stata cacciata con noi. Faceva freddo, un freddo umido che saliva dalle acque circostanti con una nebbia fitta che penetrava le ossa. I bambini impauriti, privi di nutrimento, piangevano. ̶ ̶ ̶ Ci siamo raccolti per la preghiera : i soldati bosniaci guardavano e sorridevano ; un po’ di polenta fredda, portata dalla famiglia Sant, fu l’unico cibo di quella giornata, condito con le lagrime più amare : poi, vestiti come eravamo, ciascuno si gettò sulla terra, sulla paglia, accovacciato lungo le pareti ; qualche coperta sulle spalle alle donne e ai bambini, e si cercò il riposo. Ma non fu possibile il riposo dopo una giornata di tante lotte e di tante emozioni ; fuori, i soldati avevano acceso un gran fuoco che minacciava quel tugurio mezzo coperto di paglia, e tra le risa, i frizzi e gli schiamazzi attendevano il sorgere del nuovo sole. Più lontano, in un sussulto monotono, cadenzato, rumoreggiava il cannone››.

La mattina dell’8 si ritrovarono soli nel viaggio verso Torre di Mosto

Spuntò finalmente il mattino del giorno 8 dicembre, festa dell’Immacolata : gli uni dubitavano sulla sorte degli altri. Quando si videro tutti in vita, dinanzi alla catapecchia, imbrattati di fango e di lordura, ma ancora salvi ; quando si videro soli e senza soldati che si erano allontanati senza lasciare nuovi ordini e nuove disposizioni ; quando si riconobbero liberi da tante angherie, respirarono e ringraziarono la Provvidenza. ̶ Le due suore rimaste prigioniere furono ugualmente protette dalla mano di Dio : otto giorni dopo raggiunsero le consorelle a Torre di Mosto, accompagnate dal cap. Hertzog. Il capitano anzi, che le precedette a cavallo, permise che quelle sue suore potessero trasportare a Torre quel materiale che era rimasto abbandonato in casa Sant, e, di più, concedette loro una armenta per provvedere di latte gli ammalati. Una brina gelata dava tutto attorno alla campagna deserta lo spettacolo della morte.
Bisognava provvedere a tanta gente per non lasciarla morire di fame e di freddo in quella località ; bisognava provvedere ai mezzi di trasporto. Mons. Saretta, staccatosi subito dalla compagnia, si diresse verso Torre di Mosto per celebrarvi la Messa e per provvedere alle necessità più urgenti.

Quel grave pericolo corso da Monsignor Saretta

Fu durante quel viaggio disastroso del 7 dicembre che Mons. Saretta corse il pericolo di venir soppresso per sempre. Teneva rinchiuso nel taschino della veste la copia di un discorso pronunciato nell’arcipretale di S. Donà di Piave alla presenza di tutto il popolo e delle autorità civili e militari, in occasione dell’anniversario dell’entrata in guerra dell’Italia ; e, sotto le calze, il suo minuscolo diario di guerra, caduto ora nelle nostre mani, e che ci serve per la ricostruzione di queste scene dolorosissime. Erano due documenti assai pericolosi : il primo poteva essere carpito alla più semplice perquisizione ; il secondo poteva rimanere nascosto. Il primo documento doveva scomparire ; e scomparve in un modo semplicissimo, del tutto originale. Imbacuccato nel su mantello, quando Mons. Saretta percepì che la sua condanna alla fucilazione poteva essere racchiusa in quelle poche pagine, piegò la testa fino a coprirsi la bocca, estrasse, dal disotto, quell’opuscolo e cominciò a lacerarlo con i denti fino a ridurlo, lentamente, pezzo a pezzo, in una pontiglia : poi lo sputò, a varie riprese, sulla lunga strada. ‹‹ Sta male, Reverendo ! ››, gli ripeteva sghignazzando un interprete triestino, veramente poco triestino, che lo accompagnava unitamente ai soldati di guardia ; ‹‹ ringrazi Cadorna ! ››. All’ironia si aggiungevano gli insulti e le beffe ! ‹‹ No ! signore, ̶ rispose sollevando la testa pallida Mons. Saretta, ̶ sto benissimo ; oggi non ho nessuno da ringraziare, e neppure lei ! ››.
L’interprete comprese la risposta, e più non fiatò ; prima del tramonto quel documento compromettente era scomparso del tutto.

L’occupazione raccontata da Monsignor Chimenton in “San Donà di Piave e le succursali di Chiesanuova e di Passarella” nei post dedicati:

29 ottobre – 5 novembre 1917  prima parte; 6 – 9 novembre 1917 seconda parte; 9 – 11 novembre 1917 terza parte; 9 – 12 novembre 1917 (Passarella) quarta parte; 12 – 14 novembre (Passarella-Chiesanuova) quinta parte; 14 – 15 novembre 1917 (Chiesanuova) sesta parte; 13 novembre 1917 (Grisolera) settima parte; 14 – 18 novembre 1917 ottava parte; 16 – 21 novembre 1917 (Passarella e Chiesanuova) nona parte; 19 – 22 novembre 1917 (San Donà) decima parte; 23 – 30 novembre 1917 undicesima parte; 22 – 30 novembre 1917 (Torre di Mosto) dodicesima parte; 1 – 5 dicembre 1917 tredicesima parte; 6 – 8 dicembre 1917 quattordicesima parte; 8 – 15 dicembre 1917 quindicesima parte; 16 – 30 dicembre 1917 sedicesima parte; 31 dicembre 1917 – 5 gennaio 1918 diciassettesima parte